The Only Way Is Through

The Only Way Is Through

A chiunque stia attraversando qualcosa di brutto in questo momento…

A chiunque stia lottando per qualcosa…

Ho una storia per voi.

In realtà non so quante persone lo sanno, ma subito dopo essere stato draftato nel 2014, ho pensato di abbandonare il basket. Non sto affatto esagerando. Ho seriamente pensato di ritirarmi dalla NBA ancora prima di giocare una partita. Non aveva nulla a che fare con i miei infortuni. Il corpo guarisce. Guarisce sempre. Tutti i dolori guariscono. Il cuore, però, è diverso. È molto più complicato.

Quando si parla della mia vita, bisogna parlare di mio fratello Arthur. Non c’è modo di raccontare la mia storia senza di lui. Penso che tutti noi abbiamo quella persona nella nostra vita che emette sempre energia positiva. Quella persona che è semplicemente divertente avere intorno e che fa sempre il tifo per te, non importa cosa accada. Per me, quella persona era Arthur. Tutto è sempre tornato da lui. Anche se mi chiedeste di tornare all’inizio di questo folle viaggio dal Camerun all’NBA, inizierebbe con Arthur.

Il giorno in cui avrei dovuto fare il grande salto, quando avevo 16 anni, ho quasi fatto un casino perché tutto quello che volevo fare era divertirmi con mio fratello. Quando sono stato invitato al camp di Luc Mbah a Moute – la cosa di cui tutti scrivono quando raccontano la mia storia? Lasciano sempre fuori una parte.

Non mi sono nemmeno presentato il primo giorno di camp. Ero troppo spaventato. In realtà l’ho saltato per poter restare a casa e giocare a Fifa con Arthur. Nostra mamma era in vacanza ed era sempre così severa nel farc fare i compiti, quindi volevamo cogliere l’occasione per rilassarci e giocare ai videogiochi. Per me, è sempre stata la cosa più divertente del mondo. E non come quando pensavo all’NBA o di andare al college negli Stati Uniti. Quello non era nemmeno un sogno. Non avevo idea di poter persino giocare a basket. Così mi sono nascosto in casa mia e abbiamo giocato a Fifa tutto il giorno.

Il giorno dopo, quando mio padre ha scoperto cosa era successo, si è assicurato che mi portassi il culo al campo e, in pratica, la mia intera vita è cambiata.

Ma quel giorno io e Arthur ci siamo esclusivamente divertiti. E probabilmente ricordo quel pomeriggio meglio di quanto possa ricordare molti dei più grandi momenti di basket della mia vita.

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Joel Embiid a Kansas.

Dopo il camp, è iniziato tutto. Ho avuto la possibilità di venire in America per l’high-school, il che è stato una benedizione, tranne per il fatto che non potevo tornare a casa in Camerun per molto tempo. Quando stavo per essere draftato nel 2014, non vedevo Arthur da tre anni. Ma lui aveva comunque seguito tutto il mio viaggio e quando stavo per essere draftato, lui era orgoglioso di me.

Sfortunatamente, ho dovuto sottopormi a un intervento chirurgico al piede proprio prima del Draft. Arthur era volato fino alla East Coast per vedermi, ma io mi operai in California e i dottori, a causa dei coaguli di sangue, erano troppo preoccupati per farmi volare attraverso il Paese. Così io rimasi sulla West Coast a riprendermi dall’operazione, e Arthur rimase sulla East Coast con i nostri amici di famiglia. All’epoca pensavamo che avremmo avuto molte più opportunità per stare insieme.

Parlavamo di come sarebbe stato quando sarei stato in salute e lui sarebbe potuto tornare in America per vedermi giocare contro Kobe, contro Steph, contro KD. Aveva solo 13 anni. Aveva tutto il tempo per tornare a trovarmi.

Poi, quattro mesi dopo, ricevetti una telefonata.

Arthur era stato coinvolto in un incidente. Stava tornando a casa da scuola con alcuni dei suoi compagni di classe quando venne colpito da un camion.

Esatto, mio ​​fratello non c’era più. Era sempre stato così pieno di vita e ora, in qualche modo, se n’era appena andato. Nessuno poteva crederci. È stato uno shock per tutta la nostra famiglia e, onestamente, è qualcosa con cui combattiamo ancora.

Per il suo funerale sono tornato a casa solo per alcune settimane. Quando sono tornato a Philly, ho cercato di ricominciare ad allenarmi, ho cercato di migliorare… ma ero in una brutta situazione. Senza Arthur, mi sentivo come se avessi perso il mio scopo nella vita. Volevo mollare tutto e tornare a casa in Camerun per stare con la mia famiglia. E non è stato come un film, in cui qualcuno ti fa sedere e ti parla, o nel quale prendi un pallone da basket e all’improvviso è tutto ok.

Ho dovuto guardarmi dentro per ritrovare la gioia di giocare. Ogni singola mattina, quando mi svegliavo, mi dicevo che avevo un’opportunità. Avrei potuto arrendermi o avrei potuto continuare a lottare. Ho dovuto davvero ricordare a me stesso perché amavo il basket.

Non molto tempo prima, eravamo solo dei bambini magri che giocavano nel parco nel bel mezzo del Camerun, nascondendoci da nostra madre e cercando di non fare i compiti.

Quindi ho continuato, nonostante molti giorni facessero schifo e io volessi solo salire sul primo volo per tornare a casa. Volevo smettere, ma ho continuato a lavorare ogni giorno per due anni per cercare di rimanere in salute, per cercare di migliorare, per provare a giocare in un campo NBA. Sentivo che così facendo, mio fratello sarebbe stato orgoglioso di me.

Ogni giorno facevo dei piccoli passi avanti.

Non c’era da imbrogliare. Quando ti trovi di fronte alle avversità, non ci sono scorciatoie. Non puoi aggirare gli ostacoli. Devi solo andare avanti, non importa quanto tempo ci vorrà, non importa quanto faccia schifo.

A chiunque stia lottando in questo momento, a chiunque voglia di arrendersi, vi dico… fate solo un piccolo passo avanti.

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Joel Embiid nel suo anno da rookie.

La sera in cui ho finalmente giocato davanti al pubblico di Philly, dopo due anni di attesa, ho pensato che sarei uscito fuori dal tunnel e sarei stato fischiato. Davvero, pensavo che i fan dei Sixers mi avrebbero fischiato perché ero fuori da tanto tempo. Quindi, non dimenticherò mai il mio primo canestro: giro sul perno e tiro dalla linea del tiro libero. Tornai in difesa e stoppai Westbrook, e la folla impazzì. Dopo tutto quello che avevo passato, era probabilmente uno dei migliori momenti della mia vita.

Negli ultimi anni, le persone mi hanno dato così tanto supporto tra i tanti momenti di alti e bassi e bassi che ci sono stati, prima degli interventi chirurgici, durante gli stop per infortunio e anche quando mi sono rotto la mia dannata faccia prima dei playoff del 2018. È una cosa molto più grande del basket. Ecco perché ero così emozionato dopo la gara-7 contro i Toronto Raptors della passata stagione.

Quando Kawhi ha tirato sulla sirena, non appena la palla ha lasciato le sue mani ho pensato “Nah, non può essere”.

Quando ha rimbalzato la prima volta sul ferro ho pensato “è finita”.

Quando ha rimbalzato sul ferro la seconda e la terza volta ho pensato “non può essere ca**o”.

Ha rimbalzato una quarta volta ed è entrata. Non so per quale motivo, ma è entrata.

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Il game-winner di Kawhi Leonard contro i Philadelphia 76ers.

Non credo di aver mai mostrato quel tipo di emozione su un campo da basket in vita mia. Il basket non è questione di vita o di morte. Ma non si trattava davvero solo del gioco. Avevo le lacrime agli occhi mentre uscivo dal campo perchè lo desideravo per la città e per la mia famiglia.

Ho dovuto convivere con quel rimpianto praticamente tutta l’estate. Mi sono incolpato. Forse avrei potuto bloccare quel tiro. Forse avremmo potuto vincere il titolo al posto dei Raptors. Non lo sapremo mai, e questo fa schifo.

Per tutta l’estate, ogni volta che qualcuno pubblica quella mia foto mentre fissavo la palla di Kawhi sul ferro, non l’ho mai aperta. Volevo che bruciasse nel mio cervello come motivazione. E sapete una cosa? Alla fine, quei ragazzi meritavano il titolo. Hanno giocato più duramente di tutti gli altri, punto. Ogni singolo componente della loro squadra ha fatto tutte le piccole cose che servivano per vincere. È stata una lezione che dovevamo imparare e stiamo continuando ad imparare anche quest’anno.

Abbiamo iniziato l’anno dicendo che vogliamo vincere il titolo. Siamo tutti abbastanza bravi a parlare, me compreso. Ma non basta solo parlare. Devi agire. Devi dare tutto ogni singola notte.

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Il camp di Joel Embiid.

So che fa schifo che io sia fuori. Nessuno si sente peggio di me al riguardo. Ma è solo un dito. Non è niente di che. Rispetto a quello che ho passato, non è niente.

Tornerò. E faremo questa cosa per bene. E saremo un problema per tutti ai playoff, ve lo prometto. L’unica cosa che non ho intenzione di fare, è cambiare chi sono come giocatore di basket.

Amo le leggende del gioco come Shaq e Charles. Quindi rispetto quello che stanno dicendo sul mio gioco. Ma non sarò mai il tipo di lungo tradizionale come lo era Shaq negli anni ’90. Non puoi giocare in post ad ogni azione e avere successo in questa Lega. Non nel 2020. Non nel modo in cui il gioco si è evoluto. Devi essere in grado di saper stare in campo, di passare la palla e segnare da qualsiasi posizione del campo.

Non importa se sei una guardia o un lungo, bisogna essere versatile per vincere in questa Lega. Devi essere imprevedibile. Sì, ho idolatrato ragazzi come Dream. Ho visto video di Olajuwon ogni singolo giorno per ore e ore. Tutti conoscono quella storia. Ma sai chi mi piace guardare adesso? KD, Harden, persino pointguard come Steph e CP3.

Sono uno studente del gioco. Questo è l’unico modo in cui sono stato in grado di imparare tanto in così poco tempo. Devi essere un giocatore di basket.

Se vogliamo vincere un titolo, devo essere un po’ Olajuwon, un po’ Iverson e un po’ Kooooobeeeeeeeeeeeeee.

È così che mi vedrò sempre.

E so che voi ragazzi in TV volete che segni 35 punti ogni notte.

Lo so. Vi sento.

Ma devo essere sincero con voi. Questo non è il 1995. Questo è il 2020. Non lavoro tutti i giorni per diventare il prossimo Olajuwon. C’è un solo Olajuwon. C’è un solo Shaq. Non sto cercando di essere il migliore in assoluto. Sto cercando di essere il miglior giocatore di basket della Lega e credo davvero di poterlo fare.

Ho finito con il trash talking, le meme e tutto il resto. Una volta che avrò in mano quel trofeo, forse tornerò com’ero prima. Per ora, ho solo una cosa in testa.

Non sto cercando di vincere un dibattito.

Sto cercando di vincere un fo****o titolo.

Joel.

 

JOEL EMBIID

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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