I 6 peggiori ‘max-contract’ della storia

I 6 peggiori ‘max-contract’ della storia

Ultimamente è saltata agli onori della cronaca la notizia per cui Giannis Antetokounmpo potrebbe firmare tra due anni il più oneroso contratto della storia da $243 milioni in cinque anni, con l’ultimo anno che potrebbe arrivare a $56 milioni. Nella storia c’è chi, nonostante sia stato premiato con un max contract, ha poi fatto pentire, per motivi di infortuni o (peggio ancora) per motivi tecnici, la squadra che glielo aveva offerto.

Ecco, allora, i 6 peggiori max contract della storia della NBA.

 

6. DERRICK ROSE

Il salto di qualità di Derrick Rose nel 2011 è stato così improvviso e così spettacolare che la Lega ha creato una speciale regola per poterlo premiare. La “Derrick Rose Rule” ha permesso ai giocatori in uscita dal contratto da rookie di averne uno più oneroso se venissero soddisfatti determinati criteri, come ad esempio quello di vincere il titolo di MVP, cosa che Rose ha fatto miracolosamente a soli 22 anni.

Tutti sanno quello che è successo poco dopo: il giocatore ha firmato il suo nuovo contratto, da $94 milioni in 5 anni, nel dicembre del 2011, ma si è lesionato il legamento crociato anteriore nell’aprile del 2012. Proprio a causa dell’infortunio nel 2012-13, il primo anno del suo max contract, Rose non ha mai giocato; nella stagione successiva le partite sono state solo 10, salite poi a 117 presenze nei successivi due anni, senza mai ritrovare, però, la sua condizione da MVP. I Chicago Bulls lo hanno poi finalmente scambiato nel 2016 con i New York Knicks per Jose Calderon, Jerian Grant e Robin Lopez. Rose in totale ha giocato solo 191 delle 410 partite di stagione regolare disponibili nei 5 anni del suo contratto.

Derrick Rose.

 

5. CHRIS BOSH

Abbandonati da LeBron James, i Miami Heat si sono trovati davanti ad un bivio durante la offseason del 2014: da una parte rifirmare le stelle rimaste riempiendo poi il roster con i soldi rimasti, dall’altra quella di ricostruire tutto partendo da zero.

Naturalmente, Pat Riley non poteva che percorrere la prima e, quindi, ha offerto il rinnovo sia a Bosh, che ha incassato un quinquiennale da $118 milioni, che a Wade, un biennale da $31 milioni con una player-option per il secondo anno. Data la versatilità sui due lati del campo di Chris Bosh e i fastidiosi problemi al ginocchio di Wade, CB1 sembrava all’epoca l’investimento più sicuro. Bosh, però, è stato bloccato da coaguli di sangue che gli hanno impedito di giocare a partire da febbraio 2016. Sfortunatamente, il contratto avrebbe dovuto comprendere 410 partite, ma Bosh di queste ne ha giocate appena 97. Gli Heat lo hanno tagliato a luglio del 2017, dopo che un medico della NBA ha comprovato il fatto che Bosh non sarebbe potuto più tornare in campo.

Chris Bosh.

 

4. ANFERNEE HARDAWAY

Questo è il contratto più lungo della lista, che ha brevemente animato gli animi dei tifosi dei Phoenix Suns alla fine del ventesimo secolo. Nell’estate del 1999, i Suns aggiunsero il 4 volte All-Star Anfernee Hardaway con un contratto da $87 milioni in sette anni, a Jason Kidd, per assemblare uno dei migliori backcourt della Lega.

Hardaway ha giocato buona parte della prima stagione, con 16.9 punti, 5.8 rimbalzi e 5.3 assist di media, aiutando i Suns a vincere 53 partite. Ma i problemi al ginocchio che lo avevano infastidito a Orlando sono riemersi anche a Phoenix, e lo hanno costretto a subire un intervento chirurgico che ha segnato l’inizio della fine della sua carriera NBA. Hardaway ha continuato a giocare per altre sette stagioni nella Lega, ma non è più stato il giocatore visto al fianco di Shaquille O’Neal nella patria di Disney, riuscendo solo in 2 stagioni delle restanti 6 del suo contratto ad andare con i punti in doppia cifra di media.

Anfernee Hardaway.

 

3. CHANDLER PARSONS

Fino ad ora abbiamo visto contratti rovinati esclusivamente da problemi fisici ed infortuni anche piuttosto gravi; quello di Chandler Parsons, invece, è sembrato essere un azzardo enorme fin dall’inizio. I Memphis Grizzlies lo hanno maxato nel 2016, al termine di una stagione in cui Parsons aveva tenuto una media di carriera di 13.7 punti e 4.7 rimbalzi, cifre che non meritavano assolutamente un max-contract, considerando anche i 28 anni del lungo ex-Mavericks.

I Dallas Mavericks, nonostante l’amicizia tra Cuban e Parsons, non lo rinnovarono per i problemi avuti dal giocatore al ginocchio; Memphis, invece, non ha esitato, offrendogli un quadriennale da $94 milioni, e da allora lo stanno pagando. I problemi al ginocchio, però, hanno continuato ad affliggere Parsons, che ha fatto solo 95 presenze nell’arco di tre stagioni a Bluff City, con medie di 7.2 punti, 2.6 rimbalzi e 1.8 assist, con il 39.3% dal campo.

Chandler Parsons.

 

2. BRANDON ROY

Torniamo nel campo degli infortuni con Brandon Roy, forse uno dei più grandi what if della storia della NBA. La sesta scelta assoluta nel Draft 2006 aveva segnato 20 punti di media nell’anno del suo debutto della Lega, raccogliendo a fine stagione 127 dei 128 voti per il premio di Rookie of the Year; medie incrementate nei due anni successivi con il riconoscimento anche della convocazione all’All-Star Game.

I Portland Trail Blazers nell’estate del 2009, quindi, non possono vederselo scappare e lo premiano con un contrattone da $82 milioni in 5 anni. Da quel momento, però, inizia per Roy un calvario che a partire dalla stagione 2010-11, durante la quale viene limitato a 47 uscite, che si concluderà con il suo primo ritiro alla fine di quella stagione e con quello definitivo nell’estate del 2013, dopo 5 partite a Minnesota. I Blazers riuscirono poi ad inserire un clausola per evitare di pagare un giocatore che dei suoi cinque anni di contratto al massimo salariale aveva giocato solamente quelle 47 partite.

Brandon Roy.

 

1. ALLAN HOUSTON

Allan Houston era entrato nella offseason del 2001 come un trentenne con una media di 16.4 punti in carriera. Naturalmente, chi se non i New York Knicks potevano decidere di offrirgli un contratto da $100 milioni in sei anni, una follia per tutti, ma evidentemente non per il front-office della franchigia più nobile della Grande Mela.

Il dolore cronico alle ginocchia lo ha limitato negli anni successivi, nelle quali comunque Houston ha dimostrato di essere un gran professionista, costringendolo però a ritirarsi nel 2005, dopo una stagione con 20 partite all’attivo. A quel punto, la clausola che permetteva alle franchigie NBA di non computare lo stipendio di un giocatore ritirato all’interno dei calcoli della luxury-tax, venne ribattezzata “Allan Houston Rule”. Clausola che i Knicks, nel loro classico stile, non hanno usato per rimediare al loro errore su Houston, ma per quello su Jerome Williams.

Allan Houston.

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *