The underGOAT

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Manu Ginobili.

Dobbiamo ammetterlo. Dobbiamo essere sinceri e ammettere che quando pensiamo alle leggende di questo sport, Manu Ginobili non rientra mai in quella cerchia di giocatori universalmente riconosciuti come tali. Vengono in mente sempre i soliti mostri sacri come MJ, Kobe e via dicendo. Il perché di questa distinzione è ovvia e, di certo, non avete bisogno di me per arrivare alla soluzione. Allora perché mi ritrovo a scrivere queste righe su Ginobili con così tanto coinvolgimento emotivo? Questa volta la risposta non è così scontata.

Del “Narigon” argentino non ricordo stagioni a 35 punti di media o premi come MVP, però ricordo ogni singola goccia di sudore caduta sul parquet dell’AT&T Center di San Antonio durante le partite che vedevo. La star della partita non era mai lui, c’era sempre un avversario o un compagno acclamato come il “numero 10” della situazione. Però lui era il migliore per la grinta e per il sacrificio mostrati sul campo. Per questo mi piace definirlo un “secondo”, un numero 2

Il classico giocatore che non ha il talento esplosivo degli altri ma che sente la partita in una maniera diversa. È proprio per questo che, se sei appassionato di pallacanestro, hai un legame speciale con lui. È la dimostrazione vivente della determinazione che supera il talento naturale. È un supereroe che, di fatto, non ha superpoteri e per questo ci piace ancora di più rispetto al “vero” supereroe.

Capisci di amare questo gioco quando capisci quanto un uomo possa trasformarsi sul campo di gioco. Romantico è colui capace di suscitare un’atmosfera particolarmente suggestiva intorno a lui. Sentimento che supera la ragione. La passione che supera la stanchezza. Manu Ginobili: sesto uomo nella rotazione, primo uomo nei nostri cuori.

Quando questa notte vedremo la sua canotta appesa nel palazzetto di San Antonio, non sarà di certo quella del giocatore più forte però sarà sicuramente quella che ci farà emozionare di più.

Robinson è più dominante, Duncan ha vinto di più, ma Ginobili è quello a cui penso mentre mi alzo dalla panchina e ascolto le indicazioni del coach prima di andare a sputare sangue sul legno consumato del Palazzetto.

 

A cura di Giò Bonfantino

Giò Bonfantino

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