Federico Buffa: “Le proteste silenziose sono più forti delle proteste verbalmente udibili”

Federico Buffa: “Le proteste silenziose sono più forti delle proteste verbalmente udibili”

Negli ultimi anni il problema sociale, la spaccatura all’interno degli USA tra bianchi e afro-americani è salita di nuovo agli onori della cronaca con molteplici episodi di razzismo fino ad arrivare alle tragiche morti di giovani afro uccisi da poliziotti bianchi.

Questa crisi sociale è stata lo sfondo di una protesta “silenziosa” iniziata da Colin Kaepernick (ex quaterback NFL) inginocchiatosi durante l’inno nazionale che abitualmente risuona prima delle partite. La tesi portata avanti da Colin è stata appoggiata prima dai suoi colleghi afro-americani in NFL, fino a valicare i confini del football e arrivare in NBA con LeBron James in prima fila. tutti ricordiamo l’hashtag usato da sua maestà: #MORETHANANATHLETE.

Proprio di questa tematica scottante ho avuto il piacere di parlarne con Federico Buffa durante un #TALKINTHEPAINT organizzato in concomitanza con la data napoletana del suo tour teatrale per lo spettacolo “Il rigore che non c’era” della regia di Marco Caronna.

Sul deterioramento del rapporto tra sport e politica negli States l’Avvocato ha espresso così la sua opinione:

“È difficile fuori dagli USA trovare degli atleti disponibili a mettere o far mettere in dubbio il loro status per questioni di natura sociale o politica.  Ci sono troppi afro-americani in vista negli Stati Uniti nello sport e quelli della NFL sono quelli più a rischio di tutti per il pubblico che hanno e da che cosa ci si aspetta da loro. Kaepernick non giocherà mai più un minuto nella lega per essersi messo in ginocchio durante l’inno nella stagione 2016, ma proprio per questo la NIKE gli ha dato un signor contratto.

Ci sono momenti in cui le proteste silenziose sono più forti delle proteste verbalmente udibili. A partire dal doppio pugno guantato di MEXICO ’68 fino al suo (Colin) stare in ginocchio, queste sono cose che lasciano il segno. Kaepernick è diventato un simbolo di un modo non oltraggioso, per i nostri standard ma per i loro si, per dire che c’è qualcosa che non va negli States.”

Queste parole oggi, dopo l’episodio che ha colpito RUSSEL WESTBROOK stanotte contro gli Utah Jazz, hanno un “sapore” diverso. Quello che è successo a Russ durante la partita è qualcosa di oltraggioso per la dignità umana, a prescindere da tutto questi episodi sono la cartina di tornasole di una civiltà ormai alla deriva. Bisogna fare tutti qualcosa per cambiare la situazione.

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Andrea Esposito

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