Los Angeles Lakers, epilogo di una stagione disastrosa

Los Angeles Lakers, epilogo di una stagione disastrosa

Il 2 luglio 2018 approda nella Città degli Angeli il giocatore più forte del pianeta, firmando un quadriennale da 154 milioni. LeBron James abbandona per la seconda volta casa sua, Cleveland, dopo aver portato l’anello ai Cavs e aver rimesso la franchigia che lo aveva draftato nel lontano 2003 ai vertici della Eastern Conference.

A Los Angeles le aspettative sono altissime anche perché non siamo più sulla East Coast, ma siamo in California a soli 600 chilometri dalla Baia di San Francisco, la tana dei campioni in carica e dei rivali di James degli ultimi anni alle Finals. I tifosi sognano in grande anche perché la stagione appena conclusa aveva lasciato segnali positivi, soprattutto per quanto riguarda i giovani presenti a roster. Lonzo Ball, preso con la seconda scelta assoluta, non era il fenomeno realizzativo che ci si aspettava ma aveva dimostrato di aver visione di gioco e, soprattutto, grande intelligenza difensiva; Kyle Kuzma, preso con la 27esima scelta dello stesso Draft, ottenuta nella trade che ha portato a Brooklyn D’Angelo Russell, si era rivelato un giocatore dal grande potenziale offensivo tanto da far tentennare il posto in quintetto dell’altro giovane di belle speranze, Brandon Ingram.

Magic Johnson e ROb Pelinka sanno che l’arrivo di uno come LeBron implica delle scelte societarie che rendano la squadra competitiva sin da subito e, allora, firmano dal mercato dei free agent un veterano di assoluto livello come Rondo (ma hai Ball, che te ne fai di Rajon? Vabbè…) e rinforzano la panchina con Beasley e Stephenson, due teste calde ma con punti nella mani  e che in uscita dalla panchina non fanno mai male. Non rinnovano Brook Lopez, che va a Milwaukee, e firmano, per colmare lo spot di centro, il due volte campione NBA, JaVale McGee.

Già dalle prime scelte fatte dalla dirigenza qualcosa sembra non convincere gli addetti ai lavori e anche i fan. A roster non sono presenti tiratori in grado di allargare il campo per ricevere gli scarichi di LeBron e Rondo/Ball, non ci sono difensori perimetrali e, al contempo, McGee e Zubac non sembrano essere molto credibili come centri (JaVale perché non sembra avere i 30 minuti nelle gambe e Zubac è ancora troppo acerbo). Il duo Magic-Pelinka, per coprire parzialmente queste carenze, riesce a inizio stagione a firmare Tyson Chandler, che aveva appena firmato un buy-out con i Suns, per garantire rim-protection e rimbalzi a LA.

La stagione parte male, LeBron non incide più di tanto e il record dopo le prime tre è 0-3. Sì, ma nella squadra hai il più forte del mondo, un giocatore che domina dalla sua prima stagione nella Lega e, allora, a Los Angeles si inizia a vincere anche perché James decide di allacciarsi le scarpe, Rondo e Ball si dividono abbastanza bene i minuti di parquet, mentre, Kuzma dimostra di avere carattere e, soprattutto, tanti punti nelle mani. Rimangono i (tanti) problemi difensivi, che però vengono coperti da un attacco che sembra girare bene, nonostante le percentuali basse sia dall’arco che ai liberi. Il punto più alto e turning-point della stagione arriva il 26 dicembre quando James e co. vanno a trovare alla Oracle Arena la squadra più forte degli ultimi anni, i Monstars dell’era moderna, gli Invicibili Warriors, che in stagione stanno giochicchiando senza forzare anche perché a cosa serve un 72-9 se poi non vinci l’anello?
La partita è di quelle importanti, l’atmosfera, gli interpreti sono da Oscar e la faida tra la death line-up e il ragazzo di Akron sta per essere arricchita con un altro capitolo. Golden State non si mette in ritmo e le triple (specialità della casa) non entrano mentre dall’altra parte Zubac, partito titolare compici le assenze di McGee e Chandler, prova ad appropriarsi di qualsiasi palla arrivi nel pitturato, Rondo gioca probabilmente la miglior partita della sua stagione, seguito a ruota anche dagli altri giovani di LA. I Warriors non sono proprio in serata e i Lakers vincono con un netto 127-101. Los Angeles è quarta nella terribile Western Conference.

Ma è solo l’inizio della fine.

Il Re abbandona il match a fine terzo quarto per un infortunio all’inguine e Rondo si fa di nuovo male alla mano. Nelle successive gare il duo Kuzma-Ball non riesce a imporsi sugli avversari anche perché Ingram non dà il contributo che ci si aspettava da un giocatore selezionato come seconda scelta assoluta e arrivato ormai al suo terzo anno nella Lega.

Così la squadra sprofonda e inizia a non essere più sicura del post ai PO anche perché OKC inizia a vincere a ripetizione, Harden si immola a salvatore della patria e ne mette 50 a sera per i Rockets, Mitchell e Utah iniziano a giocare di nuovo come nella passata stagione e sia i Clippers che i Kings, nonostante l’assenza di stelle di primissimo livello, giocano un buon basket e le partite le portano anche a casa. Nel frattempo, nella parte gialloviola di Los Angeles vengono fuori tutti i limiti di un roster costruito male già in estate: non ci sono tiratori, non ci sono difensori, l’attacco gira male senza Rondo (tornato per alcune partite prima di un nuovo infortunio), che però è deleterio nella metà campo difensiva, dove i Lakers non possono prescindere dalla presenza di Ball; Beasley scompare dalle rotazioni, già corte prima degli infortuni, il rendimento di McGee crolla, così come quello di Stephenson e Chandler.

Serve qualcosa in più per arrivare a giocare la postseason e allora la dirigenza gialloviola punta, durante la trade deadline, al colpaccio, che prende il nome di Anthony Davis. New Orleans anche con Davis fatica a raggiungere posizioni importanti e quindi il numero 23 della Louisiana, tramite le dichiarazioni del suo agente, Rich Paul, esce allo scoperto chiedendo di essere scambiato. Magic, allora, contatta il GM dei Pelicans Dell Demps per aprire una trattativa, con la quale viene messo sul mercato praticamente tutto il roster e anche le scelte future, pur di portare The Brow nella Città degli Angeli. Demps però ha il coltello dalla parte del manico e non vuole “svendere” Davis, rifiutando qualsiasi offerta e alzando sempre più le pretese. Lo spogliatoio dei Lakers, improvvisamente divenuto instabile, inizia così a mal sopportare la situazione, i pochi meccanismi rimasti si sfaldano e Lebron, nel frattempo, è ancora infortunato. Alla fine la trade non si chiude e ciò che ne consegue è un disastro: nessuno è più motivato a giocare, Walton si vede scappare la squadra dalle mani e le chance di ottenere un piazzamento valido per i PO diventano irraggiungibili, nonostante la vittoria precedente alla pausa per l’All-Star Game, in rimonta, sul campo dei Celtics tenga accesa la fiammella della speranza, prontamente smentita dal tracollo di Philadelphia. Partono Beasley, Mykhailiuk e Zubac (una delle poche note positive della stagione) e arrivano Reggie Bullock e Mike Muscala, nel disperato tentativo di mettere una pezza alla stagione, ma svendendo di fatto un buon prospetto come Zubac.

Dopo lo stop per il week-end delle stelle arriva il definitivo tracollo: LeBron torna e dichiara di aver attivato la modalità playoff, ma Lonzo Ball nel frattempo è andato in infermeria, la squadra scende ancor più di intensità difensiva e questo comporta sconfitte pesanti e inaspettate anche con avversarie di basso rango (Phoenix Suns, Memphis Grizzlies, New Orleans Pelicans), oltre che quelle con dirette concorrenti (Los Angeles Clippers). Dopo l’All-Star Game i Lakers hanno avuto un record di 2-6, che combinato con l’ennesima sconfitta della notte scorsa contro i Nuggets hanno costretto LA all’undicesimo posto nella Conference, a sei vittorie e mezzo dall’ottavo posto occupato dai Clippers, una squadra sicuramente povera di talento puro, ma che ha fatto dell’organizzazione (sono andati via praticamente tutti) e di un coaching-staff di livello l’arma in più.

Almeno nell’immediato non riusciremo a capire a fondo le ragioni di questa stagione fallimentare, ma provando ad analizzare le scelte di Magic e Pelinka possiamo trarre delle conclusioni.

I giocatori che tirano meglio da tre quest’anno per Los Angeles sono Stephenson e Rondo (38%) ed è questo lo specchio di una squadra che è al 29esimo posto per percentuale dall’arco. Impensabile per un roster che ha nel proprio arsenale LeBron James, uno che negli anni ha saputo migliorare le doti da tiratore di giocatori come JR Smith, Kyrie Irving e Kevin Love ai Cavaliers (settimi nel 2017 per percentuale da 3) di esaltare quelle di Ray Allen, Shane Battier e Mike Miller agli Heat (terzi nella Lega al tiro da 3 nell’anno del secondo titolo). Non ci si aspettava di certo l’arrivo di Klay Thompson, ma almeno quello di uno specialista, che sapesse giocare bene off the ball, necessario per far sì che la squadra risultasse funzionale al gioco di LeBron; tardivi (se non deleteri) da questo punto di vista gli arrivi di Reggie Bullock (35%) e Muscala (27%). Senza Ball, inoltre, questi Lakers hanno perso l’unico giocatore che dava un’identità difensiva alla squadra, precipitata al 22esimo posto nella Lega per punti concessi (quasi 114 a partita), complice anche la grande mole di palloni persi (15.6 a partita, 28esima). La vicenda Davis, inoltre, andava gestita in modo diverso per evitare i malumori di uno spogliatoio giovane e senza molta esperienza, ritrovatosi a non avere più la fiducia della propria dirigenza e anche del proprio leader tecnico ed emozionale, LeBron James.

Ora una cosa è certa, una sola star seppur la più luminosa, non basta a raggiungere nemmeno i play-off nel selvaggio Ovest e il primo a fare le valigie, quest’estate, sarà coach Luke Walton, non totalmente colpevole, ma incapace di trovare alternative tecniche nel corso della stagione. Dovrà arrivare un altro All-Star, non necessariamente Davis, che però decida di caricarsi la squadra sulle spalle in coabitazione con James, divenuto quest’anno più umano dopo l’infortunio che lo ha privato della sua precedente aurea di invincibilità. Anche i più grandi cadono, ora vedremo se avranno il coraggio e la forza di alzarsi, ancora.

 

A cura di Saverio Lanzillo

Saverio Lanzillo

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