NCAA: SPECCHIO DI UN SISTEMA MALATO

NCAA: SPECCHIO DI UN SISTEMA MALATO

Ultimamente il campionato collegiale di basket americano è tornato nell’occhio del ciclone. Per spiegare quello che sta succedendo torna di attualità un’opera d’arte di Spike Lee: “He Got Game”.

Le indagini della FBI stanno facendo tremare tutto il sistema NCAA come ha già fatto il regista icona nel film del 1998. Ma facciamo un passo indietro, cos’è la NCAA? Per i neofiti la NCAA è l’organizzazione sportiva universitaria più grande del mondo (complice il grande amore degli americani nei confronti dello sport collegiale). Il mondo del college basketball trova nel mese di marzo la sua massima espressione con la “March Madness” che si svolge a cavallo tra Marzo ed Aprile: le squadre che superano il primo weekend sono denominate Sweet Sixteen, mentre il weekend finale è dedicato alle spettacolari Final Four dove si affrontano le quattro Università più forti degli States. Fatta questa piccola descrizione, veniamo al dunque. Quello che sembra essere l’apoteosi dello sport, del concetto tutto americano degli “studenti-atleti” in questi ultimi anni è messo in grandissima discussione. Non serve il genio della lampada per capire che questi ragazzini, oggi come anni fa (il film del maestro Lee risale al 1998, ok se parlo di un film di 20 anni fa devo arrendermi all’evidenza: sto invecchiando), vengono sfruttati a vantaggio delle istituzioni accademiche del paese che traggono profitto nel mantenere questi atleti nella condizione di dilettanti; nei casi più eclatanti spingono i ragazzi a snobbare lo studio per concentrarsi anima e corpo al campo. In “He Got Game” (se vi stareste chiedendo cosa significa He got game altro non è che una frase molto usata a Brooklyn per descrivere un ragazzino di talento) Spike Lee cerca di mettere in luce tutta l’ipocrisia della NCAA e lo sfruttamento di quelli che vengono chiamati ‘studenti-atleti’. Lo stesso regista, come si può leggere nella sua autobiografia, su questo tema ci è andato giù pesante: “A questi giovani offrono una macchina, soldi, gioielli e l’esca di qualche paio di mutandine sotto al naso”. Mai banale Spike, mai.

Fondamentalmente il film racconta la settimana che precede la scelta del college di Jesus Shuttlesworth, interpretato da Ray Allen, il giovane più talentuoso della nazione (il nome del protagonista è un chiaro tributo al Earl ‘The Pearl’-‘Black Jesus’ Monroe, uno dei giocatori preferiti di Spike Lee dopo Walt Frazier). Ruolo principale nel film è quello del padre di Jesus, Jake (interpretato da un fantastico Denzel Washington). Jake è in carcere per aver ucciso sua moglie, ma appena il direttore del penitenziario viene a sapere che il figlio di Jake è ancora indeciso su quale università scegliere tenta di calare l’asso: concede un permesso di una settimana. In questi sette giorni Jake deve convincere Jesus ad iscriversi all’università cara al direttore, qualora ci riuscisse Jake potrà beneficiare di una notevole riduzione della pena. Insieme al padre, cercheranno di influenzare il giovane Jesus moltissime persone: a partire dallo zio che ha cresciuto lui e la sorella, zio Bubba (aka Bill Nunn), che da tempo pressa il nipote affinché gli regali la macchina nuova, passando per Lala la fidanzata di Jesus (ruolo recitato dalla bellissima Rosario Dawson) che pretende anche lei una fetta di popolarità, arrivando infine al procuratore che cerca sino all’ultimo di mettere le mani su quella gallina dalle uova d’oro chiamata Jesus (il “mitico” Dom Pagnotti interpretato da Al Palagonia). Tutto è incentrato a Coney Islan, terra che al basket ha regalato campioni di primissimo livello: ultimo della lista ‘Mr. croce e delizia’ Stephon Marbury, ma questa è un’altra storia.

Il film oltre ad essere uno spaccato della cultura americana, tocca anche temi razziali. Come nella scena della visita ad uno dei campus universitari interessati ad accaparrarsi Jesus. Il giovane protagonista è accompagnato in questa gita da Chick Deagan (incarnato da Rick Fox, campione NBA con i Lakers). In questo giro esplorativo Jesus viene insediato da ragazze bianche seminude (astuta e diffusissima tattica per convincere i diciottenni). Questa scena è usata da Spike per raccontare e al tempo stesso sfatare il seguente luogo comune: secondo i ragazzi afro-americani il fatto di avere una ragazza bianca gli renderà la vita più facile. Questo è un passo fondamentale, perché come scrive Spike nella sua autobiografia: “Molti atleti afro-americani sono ancora prigionieri di una mentalità da schiavi: pensano che stare con i fratelli neri vada bene solo per fare baldoria, ma quando si tratta di soldi sono convinti di dover ricorrere ai bianchi”.

La tesi implicita in He Got Game è che dovunque ci sia business ci sia anche corruzione.

Per concludere al meglio questo racconto voglio citarvi alcuni passaggi di una lettera che l’attore newyorkese Edward Norton inviò a Spike Lee dopo aver visto il film. La lettera recita così: “C’è un eroe (Jesus) che fa un viaggio omerico nel corso del quale incontra una serie di sirene mortali. Il tizio che cerca di attirarlo a sé –‘guarda questo orologio, questa macchina, questa casa…’- i college che offrono donne, fama, suo zio che vuole la macchina nuova e la sua ragazza che vuole un qualcosa anche lei. […] Il film affronta temi assolutamente caratteristici della cultura del paese: il rapporto tra padri e figli, la rabbia e il denaro, la dinamica tra sport, soldi e fama, il modo in cui il sistema valoriale si è capovolto al punto che tutti si arrabattano per ‘arrivare’, per diventare ricchi”

La deriva culturale esposta da Edward Norton è la fotografia migliore per descrivere quello che sta venendo a galla dalle indagini dell’FBI di questo periodo. Se si appoggia sempre di più uno stile di vita del genere, poi non bisogna meravigliarsi se a dei ragazzini come Markelle Fultz (20 anni), Kyle Kuzma (23 anni), Dennis Smith Jr (22 anni), DeAndre Ayton e tantissimi altri ricevono (a quanto pare) ingenti somme di danaro per firmare con dei procuratori che millantano promesse a destra e a manca.

Andrea Esposito

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