Steve Nash. Artista maledetto.

Steve Nash. Artista maledetto.
Stephon John Nash. (via ThePlayersTribune)

Solitamente nascendo in un regime in cui la libertà individuale è, per usare un eufemismo, piuttosto limitata, l’uomo può reagire in due modi: sottomettersi o lottare. L’aria che si respira a Johannesburg, in Sudafrica, nel 1974, è piuttosto tesa, siamo in pieno Apartheid e solo un anno prima le Nazioni Unite lo hanno definito “crimine contro l’umanità”. Anche se sei di carnagione chiara capisci che quello è un ambiente dal quale fuggire, soprattutto se hai un figlio, nato il 7 febbraio di quell’anno, al quale insegnare che la libertà d’espressione, l’arte, è uno dono troppo prezioso per essere sprecato.

Nasce e cresce con questo motto Stephen John Nash, figlio di John e Jean, un inglese e una gallese trapiantati in Sudafrica, ma che appena 18 mesi dopo la nascita del loro primogenito – a cui, poco dopo, segue l’arrivo in famiglia di un altro figlio – decidono di mettersi alle spalle il Paese delle springbok.

La vera carriera agonistica nel mondo del basket di Steve inizia effettivamente nel 1992, quando a Victoria, un centinaio di chilometri a sud di Vancouver, dove vive con i genitori e il fratello Martin, gli vengono recapitate trenta lettere di rifiuto dai maggiori college americani. Ha cominciato con il basket solo qualche anno prima, dopo essere stato un ottimo giocatore di calcio, – grandissimo tifoso del Totthenam – di hockey e anche di baseball, quando il mondo della NBA è prepotentemente sbarcato in Canada, per volontà anche dell’allora commissioner David Stern. Lo snobbano praticamente tutti e lui, allora, decide di ripartire dall’università di Santa Clara, dove incontra coach Davey, il suo vero primo allenatore, che qualche anno dopo dichiarerà che dopo aver visto un video di Steve aveva paura che qualcun’altro lo volesse, “non ci voleva un premio Nobel per capire che quel ragazzo era bravo. Bisognava solo sperare che non arrivasse la chiamata da nessuna grande università”.

Con l’arrivo di Nash cambia tutto. I Santa Clara Broncos non si qualificano per il torneo NCAA dal 1987, l’unica volta nei precedenti 23 tentativi. Quando nel 1996 Nash si renderà eleggibile per il Draft i Broncos avranno raggiunto le Sweet Sixteen per tre volte sui quattro anni di permanenza del ragazzo canadese, che tra l’altro verrà votato per due anni consecutivi, gli ultimi, come “Miglior giocatore della West Coast Conference”. Quando segna 28 punti nella vittoria al primo turno del torneo NCAA dei suoi Broncos contro Maryland (numero 7 del tabellone) nel ’96 finalmente il basket americano si accorge veramente di lui. Lascia Santa Clara come miglior assist-man (510), miglior tiratore di liberi (.862), miglior tiratore da 3 punti (263) e terzo miglior marcatore (1689).

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Santa Clara ha ritirato la #11 di Nash nel 2006.

Il Draft del 1996 è noto per essere uno dei migliori, se non il migliore di sempre. Un assembramento di campioni raramente visto. C’è Allen Iverson che va a Philadelphia, c’è Stephon Marbury che va a Minnesota, ci sono Ray Allen e Antoine Walker, Kobe Bryant e Peja Stojakovic. Poi ci sarebbe anche il bianco da Santa Clara, e infatti, “with the #15 pick the Phoenix Suns select Steve Nash from the University of Santa Clara”.

I primi anni per Steve sono complessi. Il fatto di trovarsi nelle gerarchie dietro Kevin Johnson, Sam Cassell e, successivamente, anche Jason Kidd (probabilmente nel più spettacolare gruppo di playmaker della storia) di sicuro non lo aiuta. I 3 punti di media del primo anno, che poi diventano 9 nel secondo, non lasciano ben presagire e la dirigenza Suns lo manda a Dallas. Tornerà, con ruolo e impatto diverso, qualche anno dopo.

A Dallas trova un rookie tedesco di 7 piedi che ha la bella abitudine di fare canestro, anche da lontano, o perlomeno da dove uno di quell’altezza difficilmente pensa di poter tirare. Anche qui, le prime due stagioni sono modeste, ma proprio quando il giocattolo Mavs sembra essere sul punto di rompersi, la coppia Nash-Nowitzki comincia a funzionare. Il ritmo della pallacanestro offensiva di Dallas è vorticoso, la rivoluzione giusta per il basket di inizio anni 2000. Nash è un grandissimo passatore e un favoloso giocatore di pick ‘n roll, Nowitzki trova il fondo della retina da posizioni dove i lunghi avversari faticano a rincorrerlo, Michael Finley da equilibrio sui due lati del campo, mentre segna anche una ventina di punti a partita; l’arrivo a febbraio di Juwan Howard lancia ulteriormente i texani, che chiudono la stagione 2000-01 con 53 vittorie e con la conquista dei play-off che mancavano dal 1990.

Al primo turno i Mavs incontrano gli Utah Jazz di Stockton e Malone: l’esperienza degli uomini di Salt Lake City esce fuori nelle prime due partite del Delta Center dalle quali Dallas torna in Texas sotto 2-0. A casa propria, però, Nash e Nowitzki sono un’altra cosa, la vittoria punto a punto in gara-3 da morale alla squadra di Don Nelson, che in gara-4 annienta Utah 107-77. Si deciderà tutto in gara-5. A Salt Lake City. Utah parte fortissimo e incrementa il vantaggio con i Mavericks che sembrano bloccati dalla tensione. Il tabellone a fine terzo quarto recita 71-57 per i Jazz, tutto finito? Non con una delle squadre più divertenti della Lega, che mette in piedi un’ultima frazione da 27-12 che ribalta completamente il risultato, con Utah che sbaglia l’inimmaginabile nell’ultimo minuto con Malone e Russell e butta via una partita praticamente vinta. Quella rimane, probabilmente, la vera impresa di quella stagione con i Mavericks che verranno sconfitti 4-1 al turno successivo dagli Spurs di Tim Duncan.

 

La stagione successiva deve essere quella della conferma e, infatti, i risultati della regular-season sembrano andare in quella direzione con i Mavs che arrivano a 57 vittorie e si guadagnano il quarto posto nella Western Conference. Nash eleva ancor più il suo gioco, passando dai 15 ai 18 punti di media che condisce con i soliti 7 assists ad allacciata di scarpe, le consuete geometrie e la capacità di uscire dalle situazioni più complesse con scarichi che fanno la felicità del lungagnone di Wurzburg, che nel frattempo si è confermato nell’olimpo dei più grandi di inizio secolo. Ai play-off questa volta il primo turno è più agevole, con la Minnesota di Garnett e Marbury spazzata via con un secco 3-0, il secondo turno però è ancora una volta fatale per i ragazzi di coach Nelson che, nonostante la vittoria fuori casa in gara-2 sul campo dei Sacramento Kings, si sciolgono nelle successive tre gare.

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Nash e Nowitzki, il talento a Dallas non mancava.

L’annata 2002-03 inizia con i dubbi legati all’effettiva bontà del progetto Mavericks e sull’eventuale capacità di tutti gli elementi del roster di rendere al meglio nei momenti caldi della stagione. Tutti sembrano essere prontamente smentiti dalle successive 82 partite nelle quali Nash e la sua Dallas raccolgono 60 vittorie (solo nel 2006 saranno ancora così tante), di cui 14 consecutive, come gli Spurs, ma arriva seconda a Ovest a causa degli scontri diretti. Il primo turno con Portland è più duro del previsto (il formato è tornato alle 7 partite), complicato anche dalle orrende gara-4 e gara-5 nelle quali Nash segna solo 7 punti complessivi, ma alla fine Dallas strappa via la vittoria decisiva in gara-7 con il canadese che ne fa registrare 21. Al turno successivo i Mavericks devono vedersela, ancora, con Sacramento. È una delle serie di play-off più belle di sempre. Dallas perde gara-1 in casa, con i fantasmi del passato che aleggiano nuovamente sulla franchigia di Mark Cuban. Il momento più emblematico arriva forse in gara-3, i Mavs dopo aver vinto alla seconda uscita casalinga hanno bisogno di una W a Sacramento per recuperare il fattore campo. Lo fanno in una gara selvaggia, con due supplementari, decisi alla fine dai 40 dalla panca di Van Exel e dai 31 con 11 assist di Nash. Steve è decisivo anche con i 25 che consegnano il vantaggio per 3-2 e con i 18 con 13 assists che mandano i Mavericks a giocarsi le prime finali di Conference della loro storia. Ad aspettarli Duncan, Robinson, Ginobili e Parker. Dopo l’exploit della serie con i Kings, però, Nash rallenta improvvisamente, imbavagliato dalla straordinaria difesa degli Spurs. Il derby texano lo vince ancora una volta San Antonio. Per Dallas è l’ennesima, cocente sconfitta.

 

“Sai, Steve è un ragazzo eccezionale e io lo amo da morire, ma perché non poteva giocare da MVP anche per noi?”. Queste sono le parole di Mark Cuban in un’intervista rilasciata a David Letterman nel giugno del 2006. Sì, perchè nell’ultima stagione a Dallas, Nash cala inaspettatamente di rendimento e l’ennesima esclusione nei play-off, ancora una volta per mano dei Kings, ma questa volta al primo turno, convincono Cuban a non offrire a Steve, ormai sulla soglia dei 30 anni, più di un quadriennale da $36 milioni. Sono i Phoenix Suns che bussano con in mano un contratto da sei anni e $63 milioni complessivi. Nash vorrebbe rimanere a Dallas, ma Cuban non pareggia l’offerta. Steve Nash torna a Phoenix.

In Arizona, però, è cambiato tutto. Ci sono Amar’e Stoudemire, Joe Johnson, Quentin Richardson e Shawn Marion, ma soprattutto, in panchina c’è un 54enne italo-statunitense che predica una pallacanestro rivoluzionaria. Il suo nome è Mike D’Antoni. Con Nash è amore a prima vista. È lui la stella polare della squadra e al suo fianco il resto del quintetto fa registrare i massimi in carriera. Il concetto base è correre, sempre, sempre più degli altri e sempre più forte. Da rimbalzo difensivo, da canestro subito, da palla recuperata, dal fondo o dalla linea laterale, l’obiettivo primario è arrivare al tiro in sette secondi o meno, “seven seconds or less”, impennando il numero di possessi per gara, tentando molte più triple e sfruttando, quando il contropiede primario viene arginato, uno dei giochi a due più devastanti della Lega, quello tra il canadese e Stoudemire. Lunghi che tirano dall’arco, piccoli che attaccano il ferro, anche con 20 secondi sul cronometro dei 24, un ritmo di pallacanestro vorticoso che lascia gli avversari increduli. I Suns passano dalle 29 vittorie della stagione 2003-04 alle SESSANTA di quella successiva. Non era mai successo. Sembra essere tutto perfetto, l’innesto di Boris Diaw da ulteriore linfa al gioco di D’Antoni, Nash vince due premi di MVP della regular-season consecutivi entrando, tra l’altro, nell’esclusivo “Club del 90-50-40”. Ma… ma Phoenix non vince ai play-off. C’è sempre un ostacolo troppo grande da sormontare. I San Antonio Spurs nel 2005 (ancora loro?!) alle Finali di Conference, dopo aver battuto Memphis e Dallas (sì, quelli che non lo avevano voluto più). I Dallas Mavericks nel 2006 (sì, sempre quelli che non lo avevano voluto più) ancora alle Finali di Conference, dopo aver battuto Lakers e Clippers. Sempre gli Spurs nel 2007 e nel 2008, questa volta rispettivamente al secondo e al primo turno, dopo due stagioni da 116 vittorie complessive in stagione regolare, nonostante l’arrivo mai digerito di Shaquille O’Neal, ciò che di più lontano c’è dal modello d’antoniano, al posto di Shawn Marion.

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Steve e Mike. Rivoluzione a Phoenix.

Il 2010, con l’addio dell’ingombrante (in tutti i sensi) Shaq, sembra essere l’anno giusto, dopo che nel 2009 i play-off sono sfuggiti nonostante le 46 vittorie. Al posto di D’Antoni è arrivato Alvin Gentry, il ritmo si è abbassato, ma al primo turno Phoenix batte comunque Portland, prima di sculacciare malamente 4-0 gli Spurs. Il destino, però, si accanisce nuovamente contro Nash mandandogli contro il peggior nemico possibile. Kobe Bryant è in missione back-to-back e i Suns sono la sua ennesima vittima. 4-2 Lakers. L’ultimo atto su un palco importante per Phoenix e per Nash.

Gli ultimi quattro anni sono un lunghissimo tour di addio, diviso tra la sua Phoenix e l’ombra delle ricche colline di Los Angeles (curiosamente ancora con D’Antoni), per uno dei giocatori che più di tutti hanno rivoluzionato il basket, facendoci passare dall’epoca moderna a quella contemporanea. I Suns sono stati una bellissima stella cometa nel firmamento della NBA. Fulminei, luminosi, di un’abbagliante spettacolarità in quei pochi istanti. Ma il destino delle comete è noto a tutti. Quello di avere una fine, ma senza aver lasciato effettivamente qualcosa di concreto. L’anello, in poche parole, al dito di Nash non è mai arrivato.

Non basteranno mai le parole per descrivere il talento fuori dal comune che per anni ha corso nelle mani e nella testa dell’uomo da Johannesburg. Un’artista. Uno di quelli che più di tutti è riuscito ad esprimersi a pieno “in the hardwood”. Non avrà mai vinto, ma poco importa. Anche Tolstoj non riuscì mai ad essere insignito del premio Nobel per la letteratura. L’imperfezione di chi ha comunque reso immortali le sue opere d’arte, che siano un libro o un passaggio dietro la schiena.

Meglio riassumere Nash così “Anche se il campo o il mondo stesso sembra finire, tu resta con Steve: qualcosa d’incredibile succederà.”

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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