I rookie negli anni, tra sorprese e rischi, ma quanti flop!

I rookie negli anni, tra sorprese e rischi, ma quanti flop!

Nel corso degli anni si sono succedute classi di Draft piene di talento e altre un po’ più scarne. Basti
pensare a quello del 2003 – che ha lanciato Il King, The Flash, Melo e Bosh – considerato da molti uno dei più ricchi di talento, o ad altri meno talentuosi come quello di Anthony Bennet (2013) etichettato da molti
come la prima scelta assoluta peggiore di sempre.
Parlando di prime scelte – almeno in Top 5 – ad oggi, è impossibile non parlare del fenomeno Luka Doncic,
che, grazie alla sua esperienza in Eurolega e al suo talento cristallino, risulta essere uno dei rookie più
maturi di sempre con un QI cestistico superiore rispetto ai colleghi provenienti invece dai vari college.

Ma oggi in questo articolo sono raccolte le storie di alcune scelte – almeno in top 5 – che non hanno rispettato le aspettative e che quindi hanno in parte deluso le franchigie che gli avevano dato fiducia e che, adesso, si trovano a ricoprire solo un ruolo di contorno.
Il primo nome della lista è sicuramente Tyreke Evans, attualmente in forza ai Pacers. Oggi è conosciuto
come un buon giocatore, come testimoniano le sue medie (10.6 Punti, 2.3 Assist e 2.6 Rimbalzi in 20.6 Minuti). Ad inizio carriera, però veniva considerato come una potenziale All Star dato che, già dal suo primo anno, è riuscito a dare ai Sacramento Kings, squadra che lo ha draftato alla numero 4 (2009) , un apporto fondamentale in fase realizzativa con 20 punti di media, viaggiando inoltre con 5.8 Assist e 5.3 rimbalzi. Cifre da vero predestinato, raggiunte nei rispettivi anni da rookie solamente da giocatori del calibro di LeBron James, Micheal Jordan e Oscar Robertson. Purtroppo però Tyreke, nel corso delle stagioni, ha visto calare lentamente le sue statistiche e il suo rendimento, che l’ha portato ad essere oggi un giocatore buono ma non più solido come nel suo primo anno.

(Credits: Sports Illustrated)

Purtroppo se si parla di delusioni di scelte alte al draft è impossibile non parlare di Andrea Bargnani, entrato nella storia come primo italiano ad essere una prima scelta assoluta al draft. La storia di Andrea è fatta di molti alti e bassi con gli ultimi purtroppo molto più frequenti. Numerosi sono stati gli infortuni che non gli hanno permesso di esprimere tutto il suo talento. Il Mago è sempre stato un lungo atipico, con buone doti da tiratore tanto da scomodare paragoni importanti con europei del calibro di Nowitzki. Purtroppo non riesce dapprima a trovare a Toronto, squadra che lo ha draftato, la dimensione ideale, cercando a New York e poi a Brooklyn, il posto adatto dove poter finalmente sfondare. I lunghi e continui infortuni lo porteranno in seguito a tornare in Europa, prima di abbandonare il basket giocato all’età di 32 anni.

(Credits: AP Photo/David Zalubowski)

Un altro sfortunato detentore di essere l’unica prima scelta, canadese in questo caso, è Anthony Bennet, draftato nel 2013 da Cleveland. Il suo impatto purtroppo non è stato dei migliori e, soprattutto nella prima stagione, fatica a trovare continuità di rendimento. Nella stagione successiva i Cavs decidono quindi di scambiarlo e lui approda a Minnesota, dove fatica ad emergere. L’anno seguente finisce a Toronto, sua città Natale: sembra la svolta per lui, ma dopo qualche buona prestazione il suo rendimento cala nuovamente.
Ormai Bennet non sembra più poter stare all’interno di una Lega così competitiva e decide quindi di giocare
nella G-League, nella seconda squadra di Toronto. Approderà in seguito in Europa, al Fenerbahce. Il
ritmo europeo risulta essere ancora troppo alto per lui – Bennet era famoso per la sua forma fisica che, per
usare un eufemismo, non era sempre perfetta –  decidendo di tornare subito negli Stati Uniti, stanziandosi finalmente nella D-League nella quale milita ancora, negli Agua C. Clippers, affiliati con i Los Angeles Clippers.

(Credits: Sporting News)

Infine, non si può non parlare di Markelle Fultz, prima scelta assoluta di uno dei draft più recenti, quello del
2017 (tra i vari di Lonzo Ball, Mitchell e Tatum per capirsi). La sua storia è molto particolare per due motivi:
sia perché è ancora molto giovane e quindi ha tutto il tempo per dimostrare il suo talento, ma anche perché il suo sembrava essere un problema psicologico e non fisico come nella maggior parte dei casi citati in
precedenza.
Dai molti Highlights all’High School e al College si può subito notare che è una Point Guard
esplosiva e con un buon tiro, mix letale soprattutto a livello di basket giovanile. Molte erano però le
domande che i più grandi opinionisti si ponevano: reggerà? Il suo arresto e tiro sarà abbastanza solido e
consistente?
Beh ad oggi, purtroppo, la risposta è no, ma andiamo con ordine. I Philadelphia lo scelgono
alla 1 davanti a Ball e subito il giovane Markelle si ritrova in una squadra avente già un bel play
ingombrante – un certo Ben Simmons che vincerà poi il Rookie of The Year in una di quelle che sarà una
delle corse a tre più avvincenti di sempre fra Simmons, Mitchell e Tatum – e quindi deve abituarsi e vivere
questo dualismo. Purtroppo nella prima stagione, dove ha mostrato sprazzi di grande talento, arriva il
peggio. La spalla inizia a dare problemi, tanto che i 76ers decidono di tenerlo ai box fino a quando tutto non
si fosse sistemato. Il punto è che dopo l’infortunio il Markelle solido, esplosivo e sopratutto sicuro di sé non
torna più, il suo tiro è irriconoscibile e lui entra in un periodo buio. Molti arrivano addirittura a dire che il
suo sia un problema psicologico. È come se si fosse dimenticato come si tira, una cosa mai vista prima. In questa sua seconda stagione i problemi non sembrerebbero essere stati risolti in estate, anche se lui stesso afferma di aver passato l’offseason in palestra per cercare di ritrovare la sua meccanica di tiro e di mettersi a suo agio anche dalla media-lunga distanza. Ciò non avviene e le sue cifre per le poche
partite disputate rimangono per lo più le solite e non sicuramente paragonabili a ciò che ci si aspetterebbe
da uno come lui. Al momento è fermo ai box e finalmente sembra essere chiaro il motivo del suo drastico
calo di rendimento. Si tratta di una patologia fisica (non psicologica come alcuni avevano ipotizzato, pazzi)
che limita il movimento degli arti superiori e che quindi Influenza la sua meccanica di tiro. La patologia è
chiamata TSO e dovrebbe risolversi con della fisioterapia, senza ricorrere ad interventi invasivi che
comporterebbero tempi di recupero più lunghi. Il punto è che questa malattia è molto particolare tanto che
i sintomi e la gravità varia da persona a persona e solo il tempo saprà dire come reagirà Fultz e quindi
quanto a lungo dovrà stare fermo.
Quando ci sono infortuni così particolari che perseguitano atleti, per lo più così giovani, è naturale che
l’augurio sia di tornare il più presto possibile più forte di prima.

Questi sono solamente alcuni degli esempi di giocatori  che purtroppo non sono riusciti a rispettare le
grandi aspettative che si erano create intorno a loro e che non hanno saputo trasformare tutto il loro
talento in risultati sul campo. I rookie si sa, sono scommesse che ogni franchigia fa e che potrebbero far
rinascere – letteralmente – una squadra, come LeBron con i Cavs nel 2003, oppure costringerla ad anni di
tanking, come l’attuale situazione dei Suns o dei Bulls.
Ora non c’è che da aspettare e vedere se il draft del prossimo anno, con probabile prima scelta assoluta
Zion Williamson, ci regalerà altri Luka Doncic o altri Tyreke Evans.

Claudio Rosa

21 anni, studente all'Università Cattolica del Sacro Cuore, aspirante giornalista ma giornalaio per passione, tifoso Lakers nel tempo libero ed amante occasionale dello stretch four.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *