Underrated.

Underrated.

È l’estate del 2001, ho 13 anni e siamo ai campionati nazionali AAU in Tennessee.

All’epoca sarò stato alto 1 metro e 80, massimo 1 metro e 82, pesavo forse 50 chili bagnato.

Abbiamo perso male e io ho giocato anche peggio.

Avevo avuto, finalmente, la possibilità che stavo aspettando da tutto l’anno, quella di misurarmi… e sono caduto. Sono caduto molto fragorosamente. Sembrava davvero un campanello d’allarme. Sembrava questo il momento della verità, dove c’era solo una possibile lezione da portare via: non ero abbastanza bravo.

Ricordo di essere tornato nella nostra camera d’albergo, penso che fosse un Holiday Inn Express, ero di cattivo umore. Non sono mai stato un tipo nervoso. Non ho mai perso la testa. Ero solo… giù. Ero rinchiuso nel mio guscio. Mi sentivo…beh, credo come ti insegnano ad essere durate tutti questi grandi tornei, è una cultura spietata quella del basket: ti sentivi come se stessi camminando su un sentiero da fare o morire. Mio padre ha imboccato quel sentiero e ha raggiunto la Lega. E suo figlio? Suo figlio non riusciva a lasciare un segno neanche contro altri 13enni.

Quindi, come ho detto, non ero nervoso. Ero tipo – Oh, ok. È così? Non sono abbastanza bravo? È… finita?

Per me, in quel momento, era così.

Ma fu anche in quel momento che i miei genitori mi fecero sedere – in quell’Holiday Inn nel Tennessee – e mi fecero quello che fu, probabilmente, il discorso più importante della mia vita.

Vorrei avere la trascrizione, c’erano delle vere gemme. In sostanza? Mia madre ha preso l’iniziativa. Ha detto, Steph, te lo dico solo una volta. Dopo questo sogno del basket… sarà quello che sarà. Ma ecco cosa ti dico: nessuno può scrivere la tua storia se non TU. Non gli scout. Non un torneo. Non questi bambini. E neanche il tuo cognome. Nessuna di quelle persone e nessuna di queste cose, può essere l’autore della tua storia. Solo tu. Quindi pensaci davvero. Prenditi il ​​tuo tempo. E poi vai e scrivi ciò che tu vuoi scrivere. Ma sappi solo che questa storia, è tua.

Quel momento è rimasto impresso dentro di me.

È rimasto con me durante i miei anni di crescita, ed è rimasto con me per tutta la mia carriera da giocatore di pallacanestro. È il miglior consiglio che abbia mai ricevuto. E ogni volta che ne ho avuto bisogno – ogni volta che sono stato snobbato, o sottovalutato, o addirittura trattato senza rispetto – ho ricordato quelle parole e ho continuato per la mia strada.

Ho detto a me stesso, questa non è la storia di nessuno, ma la mia. Non è la storia di nessuno, ma la mia.

Aspetta… Pensavi che questa fosse una di quelle fiabe in cui al bambino si fa il discorso sulla vita e subito dopo tutto cambia in meglio, giusto? Perchè…

Non è VERAMENTE quella.

Ero ancora così lontano dal raggiungere l’obiettivo, che mi sembrava una cosa da pazzi.

Il vero problema era quanto fossi magro. Io e mio cugino, Will, da ragazzini andavamo al GNC (una ditta americana che vende integratori alimentari n.d.r.) in questo piccolo centro commerciale vicino al nostro quartiere e rimanevamo lì a guardare gli scaffali sperando magari in una cura miracolosa. Non avevamo soldi con noi, quindi non compravamo nulla. Ma immagino stessimo solo cercando di… sai, non so nemmeno cosa. Respirare la polvere magica del GNC? Restavamo lì per 20 minuti a fissare queste enormi vasche di polvere misteriosa.

E poi un giorno, improvvisamente, è successo.

Nah sto scherzando. Oltre a crescere di qualche centimetro, il mio profilo per il resto della scuola superiore è stato questo: basso, magro, fa qualche canestro.

Puoi indovinare come è andata a finire.

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Steph Curry ai tempi della Charlotte Christian School.

Ricordo la prima impressione che ho avuto da un college, durante il mio anno da Junior, quando Virginia Tech aveva avuto un certo interesse.

O forse dovrei dire, quando Virginia Tech ha mostrato un certo interesse.

Ho strabuzzato gli occhi, sembrava FOLLE che mi volessero: mio padre è andato lì… Io ho fatto alcuni commenti su quanto mi sarebbe piaciuto andare lì… e finalmente stavo iniziando a tirar fuori dei numeri.

E quando un loro assistente allenatore si è offerto di fare un salto bella nostra scuola un giorno – per INCONTRARMI- Bene, diciamo solo che lì… Ho davvero strabuzzato gli occhi.

Ho veramente iniziato a pensare che mi avrebbero fatto un’offerta.

Ho suggerito di incontrarci “a pranzo” – bella mossa, giusto? Molto professionale. Se non fosse che… Avevo 16 anni, eravamo in questa piccola scuola con 360 bambini. E “pranzo” significa letteralmente “a mensa”. Di fronte a tutta la scuola. Forse non era così bello.

Ma il grande giorno arriva, ed è finalmente l’ora di pranzo. Entra il loro vice-allenatore. Ha la polo degli Hokies. Ha il suo cappello da Hokies. Ci stringiamo la mano, ci sediamo, ed è tutto vero: a quel punto mi sento veramente me stesso. Tutta la scuola sembrava che parlasse di me e del mio incontro. Ho una stanza piena di gente che fa il classico “Non sto guardando (e invece lo sto facendo al 100%)”. Ero in cima al mondo.

E poi…. il tizio mi colpisce con questo. “Sì, quindi… Stephen, grazie per l’incontro. È stato davvero un piacere. Vai avanti per la tua strada. ”

È venuto fuori che Virginia Tech si stava incontrando con me come… beh, non direi per un favore a mio padre, ma era più… una cortesia? Un favore per il figlio della leggenda? Sarei dovuto andare avanti solo con le mie gambe.

In altre parole: non erano interessati.

Mi ricordo quanto fosse… semplice la nostra intera esperienza a Davidson.

Il che, prima di tutto, è divertente – perché è davvero bello ora. Veramente, se stai leggendo questo, vai a Davidson. È una scuola fantastica con un incredibile programma di basket. Ma quando sono arrivato, quello che ricordo per lo più è quanto forte e chiaro abbiamo ricevuto il messaggio che non stavamo giocando in una grande università di basket. Eravamo atleti-STUDENTI. Carattere 100 “STUDENTE”, carattere 12 “atleta”. Eravamo degli atleti in stile “che bello gioco a basket, ma avrò assolutamente bisogno di quella laurea”. Condividevamo il campo da gioco con la squadra di pallavolo.

Ecco come funzionava: due paia di scarpe da ginnastica all’anno, due o tre camicie, più un paio di cavigliere. Uno dei miei ricordi preferiti di quei giorni di allenamento a Davidson è quando arrivarono le nostre nuove scarpe. Era come un secondo Natale. Per quanto riguarda le cavigliere… Era tutta un’altra situazione. Diciamo solo che erano bianche all’inizio della stagione. E alla fine… non erano più di quel colore.

È amore penso. Andare a Davidson e giocare – e vincere – a quel livello di basket… mi ha reso, da un certo punto di vista, quello che sono. Mi ha fatto capire cosa significa costruire qualcosa. Come costruire qualcosa. Qualcosa che nessuno potrà mai portarti via. Qualcosa che è tutto tuo.

Cosa ricorderò di più del mio periodo da Wildcat? Sono sicuro che tutti probabilmente pensano che sia la nostra vittoria sul Wisconsin alle Sweet Sixteen, o anche la nostra partita contro Kansas nelle Elite Eight. Ma in realtà non è nessuno di questi.

È un ricordo situato esattamente tra questi due.

Curry con la maglia di Davidson.

Stavo tornando a casa per cena, dopo l’allenamento, il giorno prima della partita contro Kansas. Sto camminando per il corridoio. È stata la cosa più strana di sempre: ho girato l’angolo… e ho visto circa metà della squadra. I ragazzi erano seduti sul pavimento, con i loro vestiti da riscaldamento e i loro goffi portatili del 2007 sulle gambe. Vedi questo branco di ragazzi, che aveva appena vinto in back-to-back a a Georgetown e a Wisconsin, seduto per terra a scrivere al computer.

E io dico “Uhmm… cosa fate?!”

Mi rispondono in coro: “ESAMI”.

No, per davvero. Questa è una storia vera. Siamo a 12 ore dalle Elite Eight, 12 ore dalla più grande partita di tutte le nostre vite, e quei ragazzi stavano letteralmente scrivendo le tesine nel corridoio. Amo Davidson con tutto il cuore.

Ricordo Doug Gottlieb, che all’epoca era un grande analista del Draft, parlare di come ci fossero almeno sei playmaker nella mia classe con delle caratteristiche migliori di quelle che avevo io. SportsCenter ha pubblicato un tweet con il suo commento… e immagino che qualcuno lo abbia ritrovato qualche anno dopo quando abbiamo iniziato a vincere a Golden State? Quindi ora ogni tanto viene fuori.

Ops.

Ora naturalmente ci rido su, ma all’epoca?? È difficile anche solo descrivere quanto questi commenti mi abbiano infastidito.

Tutte queste analisi che la gente aveva tirato fuori, tutti questi rapporti di scouting e quant’altro, che focalizzavano l’attenzione su ciò che probabilmente non avrei potuto fare. “Troppo basso.” “Non è un realizzatore.” “Molto limitato.” Ma ciò che è ancora più folle è come, ancora al giorno d’oggi – anche dopo quello che ho fatto io e anche con tutti questi  giocatori incredibili che entrano nella Lega e mostrano quello che possono fare – si dia ancora ascolto a questi cosiddetti scouting hoops, concentrandosi sul lato negativo di ciò che i ragazzi non possono fare.

Invece di guardare a ciò che possono fare.

[…] Ho notato una cosa.

È come la gente presume che, una volta che hai iniziato ad avere un certo successo il “sentirsi sottovalutato” inizi ad andare via. E che questo, una volta che hai finalmente raggiunto qualche tipo di obiettivo finale, vada via per sempre.

Ma dalla mia esperienza personale? Nella tua testa, onestamente, non sparisce mai.

Nella mia, non è mai nemmeno diminuita.

Non nel 2010, cercando di fare in modo che cinque squadre si pentissero delle loro scelte al Draft. Non nel 2011, cercando di dimostrare che avrei avuto più valore come giocatore che come gettone da trade. Non nel 2012, cercando di combattere i problemi alla caviglia e alle gambe. Non nel 2013, cercando di guadagnarmi fino alla fine il contratto che molte persone non pensavano meritassi. Non nel 2014, cercando di dimostrare a questi esperti che si sbagliavano sul fatto che lo stile di gioco di Curry non funzionasse nei playoff. Non nel 2015, cercando di dimostrare a questi esperti che si sbagliavano sul fatto che lo stile di gioco di Curry semplicemente non funzionasse alle Finals. Non nel 2016, cercando di infrangere il record delle 72 vittorie in stagione dei Bulls. Non nel 2017, cercando di capire come i Warriors avessero perso una serie che stavano vincendo 3-1. Non nel 2018, cercando di superare gli infortuni e i Rockets e qualunque altra cosa ci abbiano lanciato contro. E nemmeno nel 2019, nemmeno quest’anno, cercando di uscire dalla tomba, mentre le persone provano a seppellire la nostra storica corsa.

Quel gettone sulla mia spalla non è mai andato da nessuna parte.

Semmai, è diventato sempre più una parte di me.

Steph Curry ai Golden State Warriors.

E penso che sia una delle cose più grandi che ho imparato a comprendere su me stesso negli ultimi 17 anni: il modo in cui l’essere sottovalutato potrebbe essere solo una sensazione che il mondo ti impone. Ma se capisci come sfruttarlo?

Può diventare una sensazione che TU imponi al mondo.

E ti dirò, sto veramente iniziando a vedere qualcosa in quel ragazzo.

Non sottovalutatelo.

Kid is a Killer.

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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