13 gennaio 1999. Il secondo ritiro di Michael Jordan

13 gennaio 1999. Il secondo ritiro di Michael Jordan

“Non ci sarà mai più nessuno come Michael Jordan. Come non ci sarebbe mai più stato nessuno come Dr. J, io lo sapevo benissimo. O come Elgin Baylor.

Per cui, tra tutti i campioni di domani non ci sarà mai nessuno come Michael Jordan. Possono esserci i Grant Hill, gli Anfernee Hardaway, i Kobe Bryant.

Ma Michael Jordan è Michael Jordan”.

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13 gennaio 1999, Michael Jordan, appena prima dell’inizio della stagione, posticipata causa lock-out, annuncia il suo (secondo) ritiro dal basket. Doveva essere l’ultimo, non lo fu, ma in quel momento il #23 scriveva la pagina finale di una carriera incredibile.

Sì, perché effettivamente tutti in quel momento pensavano che la stagione terminata qualche mese prima con sigari e bottiglie di champagne per la conquista del sesto titolo NBA dei Chicago Bulls, fosse stata veramente l’ultima del più grande di sempre.

Una conferenza stampa nella quale venne praticamente ripercorsa tutta la carriera del Michael Jordan giocatore. Dai giudizi sulle due squadre con le quali aveva conquistato i due three peat (1991-1992-1993 e 1996-1997-1998): “La prima squadra penso sia stata migliore della seconda, ma è stato sicuramente più difficile vincere il secondo three-peat rispetto al primo. Ho ritenuto che fosse il più difficile da raggiungere, soprattutto quando il team è stato smantellato e poi ricostruito con talento diverso, nessuno credeva in noi”.

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Ai momenti più importanti di una carriera piena di turning-point: “Il primo e l’ultimo tiro. Sono due attimi che non puoi cancellare perché ho iniziato e terminato la mia carriera in una certa maniera. Poi ci sono tantissimi altri momenti fondamentali: il primo anno in cui battemmo i Pistons, perché era lo scoglio su cui ci eravamo fermati tante volte. L’anno in cui abbiamo battuto Cleveland, quando nessuno pensava che ce l’avremmo fatta”.

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Passando per il rapporto con il suo allenatore, Phil Jackson, Phil e io abbiamo parlato per tutta la stagione di quali sarebbero state le possibilità alla fine della stagione e, una volta presa la sua decisione, non voleva che questa influenzasse la mia. E allo stesso modo io non volevo che la mia decisione influenzasse la sua. E così è stato. Vero, preferirei ancora giocare per Phil Jackson qui, ma questa è solo la mia opinione.”

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Poi un pensiero per il padre, scomparso cinque anni prima e motivo del primo ritiro di Jordan, e a quello che lui gli avrebbe consigliato di fare: Penso che non sarebbe stato diverso. Avrebbe fatto la stessa cosa, probabilmente avrei risposto alle domande allo stesso modo. Probabilmente mi avrebbe detto che questo era il momento perfetto per lasciare., ‘Vai via con la testa alta e goditi i tuoi figli’.”

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E, infine, al momento, che a distanza di anni potrebbe essere considerato quasi profetico, quando gli venne chiesto se ci fosse stato qualcosa che lo avrebbe convinto a fare una retromarcia e tornare n campo: “No”, ma poi aggiunge “Mai dire mai, ma al 99.9% la mia decisione è definitiva”.

Quello 00.1% si è poi trasformato nel suo secondo ritorno all’attività agonistica, sebbene lo abbia fatto con la maglia degli Washington Wizards. Ed ecco perchè, vent’anni dopo, quello del 19 gennaio 1999 viene considerato il vero addio al basket di Michael Jordan. L’ultima volta in cui lo abbiamo veramente vicino a quei colori, il rosso e il nero, quelli con cui a Salt Lake City castigò gli Utah Jazz con quel braccio che rimane in alto, con la rincorsa disperata di Bryon Russell e con la palla che accarezza per l’ennesima volta la retina.

Going out on top, uscire di scena al massimo. Come lui, mai nessuno.

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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