From Greece to the Moon: Giannis Antetokounmpo

From Greece to the Moon: Giannis Antetokounmpo

È il dicembre del 2013, i San Antonio Spurs dopo aver digerito la sconfitta nelle Finals dell’anno precedente stanno per andare a conquistare il quinto titolo della loro storia, battendo gli Heat a caccia del three-peat, Durant sta dominando a Oklahoma City, Brooklyn è il paradiso dei veterani e Golden State quello delle promesse.

Larry Sandres, all’epoca ala grande dei Milwaukee Bucks, consegna il proprio regalo di Natale ad un 19enne, suo compagno di squadra, arrivato in estate tramite Draft nel Wisconsin. Il ragazzo, dopo aver ricevuto il regalo, dirà, in un inglese ancora balbettante, “Larry, non dovevi farmi un regalo così costoso”. Nel pacco ha appena trovato un paio di scarpe Gucci. Il nome del ragazzo che lo ha aperto è Giannis Antetokounmpo, o meglio Giannis Adetokunbo.

La famiglia Adetokunbo, cognome che, nella lingua Yoruba, significa “Re da una terra straniera”, si trasferisce dalla Nigeria alla Grecia, ad Atene, nell’estate del 1992, mentre a Barcellona si tengono le Olimpiadi numero XXV, con l’attenzione dell’intero universo sportivo e dei media focalizzata su un irripetibile gruppo di dodici giocatori, passato alla storia non a caso con il nome di Dream Team, capaci in meno di due settimane di guadagnarsi la gloria nell’Olimpo della pallacanestro.

Gli Adetokunbo, papà Charlers e mamma Veronica, per usare un eufemismo, non navigano nell’oro: la principale occupazione della famiglia è quella di vendere orologi, borse, scarpe e occhiali in strada, attività accompagnata da ulteriori lavori svolti per cercare di arrivare a fine giornata. A “complicare” ulteriormente la situazione arrivano altri tre figli, oltre ai due nati in Nigeria, Thanasis, Giannis e Kostas, rispettivamente nel 1992, 1994 e 1997, altre bocche da sfamare che, però, qualche tempo dopo, saranno la fortuna della famiglia.

I ragazzi aiutano i genitori e nel tempo libero vanno al campetto del quartiere nel quale sono nati e vissuti, quello di Sepolia. La struttura fisica dei tre, già ampiamente sopra i 2 metri, è fuori dal comune e, in particolare, quella del secondo figlio, Giannis, fa alzare più di qualche sopracciglio, tanto che il Filathlitikos bussa alle porte di casa Adetokunbo. Il cognome di famiglia, ad un paio di decenni di distanza dall’arrivo in terra ellenica, viene finalmente grecizzato in Antetokounmpo, dopo una cittadinanza finalmente riconosciuta per meriti sportivi.

Il campetto nel quale giocava Giannis, ora ha questo aspetto.

Oltre alle giovanili, Giannis e il fratello Thanasis giocano anche nella squadra senior del Filathlitikos, formazione militante nella Serie cadetta del campionato greco. Le medie di Giannis, 9.5 punti e 5 rimbalzi nelle 26 partite disputate, non sono memorabili, anche perchè il fisico è ancora in piena evoluzione, ma gli istinti cestistici sono di prima qualità e, infatti, gli spalti del Zografou Indoor Hall, il palazzetto nel quale il Filathlitikos gioca le partite in casa, cominciano a riempirsi di pubblico e scout, sia europei che NBA. Terminata la stagione 2012-13 la squadra del quartiere di Zografou, sede anche della nota università di Atene, arriva al terzo posto e Giannis, neo-diciottenne, firma un quadriennale con il Zaragoza, squadra della serie A spagnola.

Ma… ma in Spagna Giannis non arriverà mai, le sirene americane suonano più forti e il 27 giugno 2013 al Barclays Center, in occasione del Draft, il nome di Antetokounmpo viene nominato per 15esimo da David Stern: Giannis sta per giocare nella NBA e lo farà con la casacca dei Milwaukee Bucks. Il video di ESPN, che viene proiettato appena dopo la stretta di mano tra Antetokounmpo e Stern, è incentrato su due parole fondamentali: “potenziale illimitato”.

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David Stern dà il benvenuto nella Lega a Giannis (Credits by NBA.com)

All’epoca però Milwaukee è una squadra in chiara difficoltà, sia di uomini che di gioco. In panchina c’è Larry Drew, gli assi portanti della squadra sono Brandon Knight e Khris Middleton, entrambi al secondo anno nella Lega, e i risultati a fine anno sono lo specchio delle difficoltà del roster: 15 vittorie, 67 sconfitte, ultimo posto nelle Eastern Conference e arena semivuota praticamente ad ogni incontro casalingo dei Bucks. In mezzo al niente più assoluto, Antetokounmpo comincia a crescere, ma complice un minutaggio abbastanza risicato non riesce ad esprimersi al massimo; i suoi numeri dicono 7 punti e 4 rimbalzi di media, cifre che abbatterebbero chiunque, soprattutto se selezionato tra i primi 15.

Giannis, però, ha lo spirito del guerriero, retaggio di una cultura che gli è stata instillata nel sangue, la cultura del lavoro, del sacrificio. Lo stesso sacrificio che i suoi genitori facevano per consentire a lui e ai suoi fratelli di avere la cena nella loro “casa” ad Atene. È in estate che Antetokounmpo migliora, matura, cresce. Sarà così per ogni anno della sua carriera. Pian piano forgia il suo fisico, che diventa con il passera dei mesi una vera e propria macchina di distruzione.

Insieme alla maturazione fisica, arriva anche quella cestistica, i suoi numeri si impennano, dopo i 7 di media del primo anno, nel secondo i punti diventano quasi 13, nel terzo 17, nel quarto 23, nel quinto 27 conditi anche da 10 rimbalzi e 5 assist.

Nel mezzo diventa giocatore della settimana nel febbraio del 2015, entra nella storia dei Bucks come giocatore più giovane a far registrare una tripla doppia, regala giocate da highlights ogni volta che mette piede sul parquet, nel 2017 vince il premio di NBA Most Improved Player of the Year, diventa il primo giocatore della storia a piazzarsi nella top-20 della Lega per punti, rimbalzi, assist, rubate e stoppate nello stessa stagione, viene convocato per due All-Star Game e inserito nei migliori quintetti NBA.

La stagione della svolta è, però, quella 2018-2019: lo si intuisce già in una partita di pre-season nella quale porta a spasso i Golden State Warriors campioni NBA in carica. Nelle 72 partite di regular-season incanta, non sembra esserci una singola maniera di fermarlo, migliora ancora e chiude l’anno con 27.7 punti, 12.5 rimbalzi e 6 assist di media, trascinando quella che, fino al giorno del suo arrivo era la peggior franchigia a Est, sul tetto della NBA con un record di 60-22, cosa che non si vedeva nel Wisconsin dai tempi di un giovane Lewis Alcindor. play-off, purtroppo per lui, però, hanno un finale amaro con i Bucks estromessi dalla lotta al titolo in Finale di Conference dai Toronto Raptors di Kawhi Leonard, poi vincitori del Larry O’Brian Throphy, in 6 partite, dopo aver battuto Pistons e Celtics nei turni precedenti.

La sua annata, però, è talmente sensazionale da garantirgli il premio di Most Valuable Player per la stagione terminata solo qualche settimana prima, un riconoscimento accettato, come al solito, con l’umiltà del ragazzo partito dal basso.

Se amate il basket, non potete non amare anche Giannis Antetokounmpo. 211 centimetri per 110 kg, braccia infinite (e mani clamorose), esplosività fuori dal comune, capacità di correre il campo come solo pochi interpreti del gioco, grinta, carisma, leadership, uno per il quale anche Shaq sarebbe disposto a mettere da parte il proprio soprannome da “Superman”, uno con la faccia sportivamente cattiva di chi voleva, e vuole ancora, arrivare sopra a tutto e tutti.

Come dice anche il suo cognome, Giannis è destinato a diventare il “Re da una terra straniera”. “The Greek Freek” è pronto a conquistare il mondo.

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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