I miss the Sonics

I miss the Sonics

La gente mi si avvicina quando mi vede a Seattle e mi chiede: “Dove vivi ora?”

“A Seattle. Non l’ho mai lasciata.”

Nessuno mi crede quando dico che sono rimasto qui dal 1989. Anche quando giocavo in Italia, ho sempre tenuto la mia casa a Seattle. Non ho mai avuto alcun dubbio sul fatto che sarei tornato un giorno. È cambiato molto qui. Il cuore della cultura è sempre lo stesso. Ma è cambiato molto.

La città non è più la stessa senza basket. Non è come prima.

È divertente pensarlo adesso, ma nel 1989 ero il più giovane nella NBA. Ero un ‘bambino’ di 19 anni e sono il primo ad ammettere che, all’epoca, non sapevo cosa volesse dire essere un professionista o vivere da solo o altro. Ma non mi sembrava un grosso problema. Ero giovane. Ero affamato. Volevo schiacciare sugli stupidi, uscire di notte, e poi schiacciarci di nuovo sopra il giorno dopo.

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E sono stato fortunato. Un sacco di ragazzi che sono entrati nella Lega con quel tipo di mentalità non sono durati a lungo. Ho imparato da gente come Xavier McDaniel, Nate McMillan, Michael Cage, i veterani che erano a Seattle quando sono arrivato. Tutti mi hanno insegnato fin da subito che c’era molto di più nel gioco che schiacciare.

Il mio anno da rookie è stata una grande transizione. Ero un adolescente che doveva iniziare a seguire le regole, allenarsi duramente in palestra ogni giorno, studiare i report sui compagni e avversari durante le pause. Dicono sempre: “È un lavoro”, ma lo diventa davvero solo se impari ad affrontarlo come un lavoro.

Il mio anno da rookie è stato un anno di crescita. Quando sono tornato per la mia seconda stagione ero pronto a mostrare il mio vero potenziale. Non avrei lasciato che nulla mi distogliesse dall’essere dominante.

Quell’anno avevamo la seconda scelta al Draft. Abbiamo preso questo ‘gatto’ di nome Gary Payton. Si parlava già di Gary, specialmente nell’area dell’Oregon-Washington. Era un All-American ed era già sulla copertina di Sports Illustrated.

Ricordo la prima volta che l’ho visto giocare. Era il mio anno da rookie. Penso che sia stato un venerdì pomeriggio, e il nostro GM, Bob Whitsitt, mi ha chiamato dicendomi di guardare in TV la partita tra Oregon State e USC, perché c’era la possibilità che questo ragazzino di nome Gary potesse essere un mio futuro compagno di squadra. È stato bello osservare e studiare il gioco di un potenziale prospetto NBA. Stavo cercando di essere un professionista e un buon compagno di squadra. Volevo prendere sul serio il mio lavoro.

Sai cosa ricordo di quella partita? Gary abbaiava. Non il palleggio di Gary o la sua difesa, ma il suo abbaiare. Ha parlato con tutti. Da prima della palla a due fino alla sirena, continuava a parlare, ma non aveva un tono scherzoso. Alle persone a bordocampo, ai giocatori in panchina, ai tifosi degli USC, agli arbitri. Non importava. Nessuno era al sicuro. Ricordo di aver avvicinato la mia sedia più vicino alla TV per cercare di capire le cose che stava dicendo all’allenatore di USC. All’allenatore avversario! Un ragazzo del college. Lo amavo. Gary aveva qualcosa da dire a tutti.

Alla fine ha segnato 58 punti, se non sbaglio. Proprio quando la partita è finita, ho chiamato la proprietà. “Se prendiamo un ragazzo come questo, non dovrete fare nulla per motivarmi. Dobbiamo prendere Gary. Noi due li faremo piangere.”

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“Payton to Kemp”.

Bernie Bickerstaff era l’allenatore nel mio anno da rookie. Poi KC Jones lo ha sostituito l’anno successivo, durante la stagione da rookie di Gary. Sin da subito, Gary e KC non andavano molto d’accordo. Anche dopo tutti questi anni, Gary e io continuiamo a parlare di quanto KC ci ha insegnato, di quanto fosse stato importante per il nostro sviluppo. Era un duro. Arrivava dai Boston Celtics, da una cultura vincente, aveva allenato alcuni dei migliori giocatori della storia della Lega. Aveva disegnanto alla lavagna giochi per Larry Bird e Kevin McHale.

Poi all’improvviso, ha dovuto disegnare giochi per Shawn e Gary. Noi eravamo bambini. Avevamo avuto un sacco di talento, ma non sapevamo ancora cosa farne. Penso che la gente del basket non apprezzi pienamente quello che KC Jones ha fatto per quei Seattle SuperSonics. Anche in quell’anno, ci ha insegnato molto sulla maturità fuori dal campo, oltre che in allenamento e in partita.

Una delle cose con cui ho faticato all’inizio è stata dare il massimo in ogni singola partita. Nella NBA, devi essere pronto a vincere ogni notte. Quando sono arrivato, Seattle era già una squadra sopra il 50% di vittorie, con veterani che conoscevano il campionato. Fuori dal campo, io e Gary abbiamo passato molto tempo nei bar o a fare qualsiasi tipo di scherzo, ma le grandi squadre NBA non si prendono mai una serata libera.

Ricordo quando Xavier McDaniel mi disse che avremmo fatto meglio a smetterla e a cercare di dare il massimo. Gli altri veterani non volevano perdere tempo e non solo perché vedevano diminuire le loro chance di vittoria, ma soprattutto perché prendevano il loro lavoro da professionisti. Xavier e quei ragazzi hanno salvato me e Gary dall’avere delle carriere che sarebbero finite subito nel dimenticatoio. Ci hanno spinto e hanno cercato di responsabilizzarci.

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Payton e Kemp.

Ci è voluto del tempo perché tutti capissero Gary. Come ho detto, quando sono entrato nella NBA, ero fiducioso, ma ero ancora un ragazzino. Gli altri mi vedevano come quell’adolescente uscito da una scuola pubblica in Indiana e quando i miei compagni più anziani mi chiedevano di fare qualcosa, come portare un borsone o prendere una Coca-Cola o un mazzo di carte, per me non era un problema. Gary, invece, cercava di non fare quelle cose. Era la seconda scelta del Draft e lui andava in giro con l’aria di chi pensa “portare le borse non è nel mio contratto”. A volte i nostri compagni si infastidivano, però spesso lasciavano scivolare via tutto perché sapevano che Gary aveva davvero le capacità e il cuore per poter sostenere ciò che diceva. Era come se, nonostante fosse il suo anno da rookie, Gary fosse visto come il futuro della pallacanestro a Seattle. Se ogni giocatore o allenatore che inizialmente non andava d’accordo con lui fosse stato cacciato, allora la nostra panchina non sarebbe stata molto profonda. Quindi, c’è stato un periodo di adattamento con Gary. Ma ne è valsa la pena.

Mentre Gary cresceva, tutti vedevano quanto eravamo fortunati ad averlo in squadra e a non dover giocare contro di lui. Gary abbaiava a tutti in allenamento e ci ha motivato. Ci ha resi migliori. Era un problema, ma non era un nostro problema.

Ho un aneddoto su Gary: in una partita di pre-season contro i Bulls, Michael Jordan lo chiamò. Lo ricordo. Penso che per il resto della squadra vedere Gary andare faccia a faccia con MJ, sia stato… sia stato simbolico. Era un grande gesto. Un ragazzino che combatte contro il bullo della scuola.

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Jordan e Payton.

Sono stato fortunato ad aver visto MJ al suo meglio, the early-’90s-MVP-coming-to-kill-you Michael Jordan. Non ci è voluto molto per rendersi conto che dopo aver giocato contro Michael, è come se fossi uscito dalla miglior partita della tua vita. Tutte le probabilità potrebbero essere a tuo favore, ma poi MJ segnerà 25 punti nel primo tempo e tirerà fuori la lingua. Ha vissuto per questo. Quindi, quando abbiamo visto quanto Gary fosse impavido con Michael, lo abbiamo incoraggiato. Gary ci ha dato quella grinta e quel fuoco che Seattle ha avuto poi per molti anni.

Dopo un po’ abbiamo cominciato ad avere una reputazione. Seattle era fisica. Non importava se stessimo vincendo o perdendo, quei Sonics continuavano a combattere. Quando ho giocato contro Bill Laimbeer per la prima volta avevo quella mentalità. Era il 1989. Era il mio anno da rookie e uscivo dalla panchina. I Bad Boys di Detroit erano ancora al massimo delle loro forze e venivano dalla vittoria del loro primo anello. Stavo giocando bene da qualche settimana. Stavamo vincendo e io stavo schiacciando su chiunque. Fondamentalmente pensavo che avrei dominato per sempre, come quando giochi al campetto contro bambini del quartiere con il ferro più basso.

Come detto, giocavamo contro i Pistons ed eravamo a inizio partita. Ho preso spazio e poi ho schiacciato su Laimbeer. Detroit ha chiamato timeout. Mi sentivo bene. Tornando in panchina, vidi Laimbeer che mi indicava. “Mi sta indicando?”. Avevo solo schiacciato, quindi anch’io ho indicato lui. I Bad Boys in quel periodo avevano quel soprannome non solo perché erano bravi in difesa, ma anche perchè erano tizi cattivi. Ti facevano male. Non avevo mai giocato a basket contro giocatori del genere. Alla fine del timeout abbiamo preso un rimbalzo difensivo e qualcuno mi ha dato la palla nel pitturato. Laimbeer era dietro di me. Non so cosa sia successo dopo. Mi sono svegliato in ospedale.

Payton e Kemp.

Ora dormo molto di più di prima. Prima con Gary andavamo per locali dopo le partite. Sembra passata una vita. Ci riuniamo ancora di tanto in tanto. Ma è tutto molto più tranquillo. Mia madre e la mamma di Gary sono diventate amiche. Io ho conosciuto la famiglia di Gary e lui ha conosciuto la mia. I nostri figli hanno addirittura giocato l’uno contro l’altro a Seattle. È surreale pensare che scherzavamo sul fatto che un giorno saremmo stati a guardare i nostri figli giocare a basket come abbiamo fatto noi e ora che sono entrambi al college, è difficile crederci.

Sono stato un padre assente per tutta la mia carriera da giocatore di pallacanestro. Ho perso molti momenti con la mia famiglia mentre stavo giocando. Non sono sempre stato il miglior modello per i miei figli, ma ho sempre cercato di imparare. E alla fine impari, proprio come il basket. Paternità, pallacanestro. Tutto richiede tempo. Se non fosse che nella paternità non ci sono allenatori o veterani che ti facciano capire che stai facendo bene. Sei da solo per tutto il tempo. Davvero, sono grato per la mia famiglia, la mia carriera e per aver stretto amicizie durature. Sono grato per tutto.

“Stockton and Malone” è quello che io e Gary dicevamo sempre in pratica. Erano i giocatori a cui abbiamo guardato per cercare di perfezionare il nostro gioco. Ed è divertente che non si riesca a menzionare uno dei loro nomi senza pensare automaticamente anche all’altro. È un onore adesso quando sento che la gente dice la stessa cosa su Gary Payton e Shawn Kemp. È qualcosa che va oltre la pallacanestro. Una Storia sul campo e una vera amicizia fuori dal campo, anche dopo tutti questi anni.

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Kemp e Malone.

Sono ancora qui a Seattle. Sono sposato da 23 anni. Ho visto la città cambiare in così tante cose, ma non nella passione dei tifosi. È ancora una città che ama la pallacanestro, anche senza una vera squadra per cui fare il tifo. Dal giorno in cui sono arrivato, sono stato trattato sempre bene. L’amore è durato molto più a lungo della mia carriera. Sono stato accolto a braccia aperte anche dopo che la mia carriera da giocatore è finita.

Il basket mi ha portato in giro per il mondo, e dopo aver visto così tanto e per così tanti anni, posso dire con assoluta certezza che non c’è nessun altro posto al mondo in cui preferirei essere.

Ma c’è una cosa che non è giusta. Manca qualcosa. Abbiamo bisogno dei Sonics.

Ci sono stati tantissimi grandi momenti sportivi a Seattle. Così tante leggende del Gioco hanno avuto i loro grandi momenti a Seattle. Credo, però, che il basket prima o poi tornerà qui e avremo di nuovo una squadra un giorno. Non so quando o come, ma me lo sento. Il basket tornerà a Seattle.

E io sarò ancora qui.

SHAWN KEMP.

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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