James Taft Fredette, o più semplicemente Jimmer

James Taft Fredette, o più semplicemente Jimmer

James nasce il 25 febbraio del 1989 in uno stato di New York, ma sin da subito diventa Jimmer, soprannome datogli dalla madre. Lui ha un fratello, tutti e due mostrano interesse per il basket sin da ragazzini. Il fratello per lui diventa come un mentore e, grazie anche alla sua propensione per la palla a spicchi, col tempo diventerà anche il suo coach. Jim inizia a mettersi in mostra già dall’High School, dove diventa il miglior marcatore di sempre nella sua scuola, e il sesto in tutto lo stato di New York.

Si iscrive al college e grazie ai suoi traguardi sportivi viene richiesto da molte squadre, ma per via della sua fede per la Chiesa mormona (una branca della religione cristiana), sceglie di andare alla Brigham Young University di Salt Lake City, conosciuta proprio per essere frequentata da praticanti di questa religione, ma sicuramente non per il livello della squadra di basket. È proprio lì che troverà sia quella che sarà la sua futura moglie, Whitney Wonnacott, sia la consacrazione come uno dei maggiori talenti della lega collegiale americana, grazie anche al suo ultimo anno in cui raggiungerà la miglior media punti della stagione (28.9).

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Discreta star ai tempi del college.

È grazie al suo talento sul parquet e a tutta lo spettacolo fatto vedere negli anni della NCAA che Jimmer diventa una vera e propria icona di una pallacanestro adolescenziale, speranzosa e spavalda, ma allo stesso tempo valvola di sfogo fondamentale per chi, come lui, voleva farne la propria ragione di vita. Nasce così l’etichetta “jimmered” per tutti coloro rimasti vittime del talento del ragazzo da Glenn Falls e il soprannome datogli da mamma Kay diventa un mantra per tutti gli appassionati del settore.

Arriva il momento di fare il salto nella NBA e Fredette viene scelto con la decima chiamata al Draft 2011 dai Sacramento Kings. Il cambio di livello però si fa sentire presto e James, in poco più di 5 anni, non mostra nemmeno una scintilla della sua Jimmermania, neanche nelle esperienze con Bulls, Pelicans e Knicks. Il 12 febbraio 2014 al Madison Square Garden con la casacca di Sacramento stabilisce il suo career-high con 24 punti, la maggior parte segnati nell’ultimo quarto e dato ancor più rilevante, in una NBA in cui il tiro da tre era ancora contemplato rispetto ad un layup come una lasagna in confronto ai ceci, mette a segno 6 triple su 8 tentativi.

 

Dal primo marzo 2014 inizia il vero travaglio, trascorre un anno a Chicago collezionando pochissimo minutaggio, fatto che si ripete anche nell’esperienza successiva con i Pelicans. Viene scartato l’estate stessa dagli Spurs, indi per cui prova l’avventura in D-League dove viene scelto alla 2 dalla squadra newyorkese, avventura mai iniziata perchè la guardia torna a New Orleans, finendo, si spera solo per il momento, la sua carriera in NBA, dopo essere stato scartato nuovamente in autunno. Quel si spera non è casuale, perchè Jimmer rappresenta quel sogno americano che non muore mai. Un fratello che dedica i suoi pomeriggi ad allenare il minore è basket, una madre ed un padre che fanno sacrifici per vedere il loro figlio sfondare al college è basket, la passione negli occhi di Fredette ad ogni tripla doppia con Brigham Young è basket; la sua storia è basket, quello vero, quello che piace a noi.

Ora Fredette milita nella Chinese-League, dove da due anni fa parte della franchigia di Shanghai, gli Sharks. È proprio in questo lasso di tempo che James è tornato ad essere quello di una volta, mantenendo una media di 37 punti a partita. In pre-season di quest’anno si è reso protagonista di una straordinaria prestazione contro i Rockets con 41 punti e, proprio qualche giorno fa, il 12 novembre, ha fatto impazzire il tabellone, con 75 punti, confermandosi un gran tiratore, centrando il canestro per 7 volte su 10 da tre. Per via di queste splendide prestazioni, segnali di un maturamento avvenuto, e di una costanza di capacità mantenuta, possiamo sperare di rivederlo in fretta nella Lega di basket più famosa al mondo. Facendo leva sul tiro dalla distanza, in un’era in cui la maggior parte delle squadre ricorre spesso a questa soluzione durante la partita.

Martino Luigi Cavallaro

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