Il pazzo mondo di Ron

Il pazzo mondo di Ron

“La franchigia [Indiana Pacers] è maledetta da quella notte del novembre 2004, da quando Ron Artest, che stava facendo la Maya Desnuda a bordo campo, è stato coperto da una birra di uno spettatore. E ormai è la solita dicotomia tra good guys e bad guys, Ecco, questa del bene e del male è la dicotomia che accompagna gli Stati Uniti da quando erano una comunità silvo-pastorale, come forse avete intuito dalla storia del Paese… tendono ad automettersi dalla parte del bene… Hollywood c’azzuppa da 80 anni…” – Federico Buffa –

È stato Ron Artest, è stato Metta World Peace, è stato The Panda’s Friend.

È stato anche uno dei personaggi sportivi più controversi del terzo millennio, andando a raccogliere di fatto il testimone di Dennis Rodman, dal quale, oltre alle stranezze extra-campo, ha ripreso anche lo straordinario atteggiamento difensivo che lo ha reso tra i giocatori più amati, e allo stesso tempo odiati, degli ultimi venti anni di basket a stelle e strisce.

Per poter descrivere un personaggio del genere servirebbero pagine e pagine di sproloqui sulla mentalità al servizio del talento. Eppure il discorso è molto più semplice: Jordan, ad esempio, non sarebbe diventato quello che è stato per la pallacanestro se il padre non gli avesse insegnato cosa fosse l’etica del lavoro; di Michael, però, fortunatamente ce n’è stato uno solo, così come di James (il padre del 23), questa volta sfortunatamente, non ne sono girati molti. Ecco, Artest è capitato, purtroppo, nella parte dell’universo dove avere un padre diverso da quello di Jordan era, bene o male, la normalità.

Inizia a Queensbridge la storia di Ron: padre Marines, divorziato dalla moglie ed ex-pugile, avvezzo alle risse e in rapporti poco amichevoli con la giustizia, dal quale il piccolo Artest riprende l’indole “focosa”. A sei anni ha già fatto il solito giro di assistenti sociali che consigliano a gran voce di farlo sfogare in campo sportivo. Parte così il suo viaggio nel mondo della pallacanestro, prima liceale alla Salle Academy High School e, poi, collegiale alla Saint John University.

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Ron Artest ai Chicago Bulls.

Arriva la chiamata al Draft del ’99, i Chicago Bulls spendono per lui la numero 13. Le prime due stagioni sono buone, Artest è titolare, non incanta in attacco, ma in difesa è nettamente un giocatore superiore alla media. Non sboccia mai, però, l’amore con la Windy City, che lo saluta a metà stagione 2001-2002. Va a Indiana dove, invece, l’amore sboccia e come. La squadra è di quelle toste: c’è il giovane Jermain O’Neal, c’è Al Harrington e c’è un Reggie Miller che, nonostante sia a fine carriera, ha ancora qualcosa da dare. In attacco, complice il declino del numero 31, la costruzione di gioco è alquanto faticosa, per usare un eufemismo, ma in difesa i Pacers strangolano letteralmente gli avversari, concedendo appena più di 85 punti a partita. Sono probabilmente, insieme ai Pistons (ah sì i Pistons, li troverermo più avanti), una delle più amate squadre operaie di inizio millennio, anche perché nel 2004, al secondo anno a Indianapolis, Ron viene votato Difensore dell’Anno.

Difende indistintamente andando a destra e sinistra, cambia su chiunque, non ha paura del contatto fisico, regge in maniera clamorosa l’uno contro uno. È stato l’unico nella storia del Gioco a utilizzare la mano destra o sinistra per difendere in base alla mano forte dell’attaccante che si trovava davanti. Non gioca per rubare la palla, ma cerca di spegnerti prima che questa ti possa arrivare nelle mani. Certo non appena mette piede fuori dal campo “ha due problemini psichici, ma chi non ne ha”. Sul parquet, invece, è fastidiosamente efficiente e, infatti, i Pacers volano.

Volano fino all’ultimo capitolo della Eastern Conference, battendo Celtics e Heat, dove arrivano anche i Detroit Pistons. Diciamo che il finale potreste e dovreste conoscerlo, visto che i Pistons, insieme ai Mavericks del 2011, sono forse tra le più bella favoea dell’ultimo ventennio e, forse, anche qualcosina in più. I Pacers partono forte vincendo gara-1, ma perdono subito il fattore campo nel secondo atto della serie, con Artest che non riesce ad essere offensivamente determinante. I Pistons vincono anche gara-3, ma Indiana risponde d’orgoglio in gara-4 vincendo in trasferta, grazie anche alla doppia doppia da 20 punti e 10 rimbalzi di Ron, riprendendosi momentaneamente il fattore campo. Le ultime due partite sono, però, tragiche per i Pacers che segnano appena 130 punti complessivi e vengono spazzati via da un super Rip Hamilton. La delusione è bruciante e questo non fa altro che alimentare l’astio che già scorreva tra le due franchigie.

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Ron Artest con la maglia dei Pacers.

La miccia scoppia solo qualche mese più tardi, quando al Palace of Auburn Hills c’è la riedizione delle finali di Conference dell’anno precedente. Indiana domina e a 45 secondi dal termine Artest (tra tutti proprio lui) viene fermato in maniera “decisa” da un fallo di Ben Wallace (tra tutti proprio lui). Scoppia il finimondo. Volano cazzotti, bicchieri di birra, entrano tifosi con conti in sospeso con Artest, arrivano le forze dell’ordine. Morale della favola: Ron Artest squalificato per tutta la stagione compresi i play-off, 86 partite. Un record, non da invidiare, ma comunque un record.

Quando torna l’anno successivo, però, Indiana non è più quella che ha lasciato. Crescono i malumori e con loro anche le follie di un giocatore che a 26 anni sarebbe nel pieno della maturità sportiva. Cambia ancora e va a Sacramento dove continua a spostare gli equilibri, ma di una squadra decisamente non alla sua altezza. E allora altro giro, altra squadra: Houston Rockets. Ci sono T-Mac, Yao Ming e Scola, ma non c’è la fortuna, che decide di accanirsi contro i texani martoriandoli con gli infortuni e, difatti, condannandoli a uscire dai play-off per mano dei Lakers.

In estate la svolta, Ron va proprio dalla squadra che lo ha eliminato, va a LA da Kobe e Phil Jackson. A trent’anni Artest ha voglia di anello, mette a posto (per poco) la testa e diventa un giocatore che non deve più metterne 20 a partita – volendo potrebbe, ma per quello c’è Bryant – ma che deve solo difendere, quello che gli riesce meglio. Quando decide di farlo, è ancora il migliore del pianeta e i Lakers se ne accorgono nelle Finals del 2010, quando si ritrovano con il secondo anello consecutivo al dito, grazie alla spettacolare difesa del numero 37 in gialloviola su Paul Pierce.

(Credits by NBA.com)

Da quel momento, però, l’egemonia del basket nella costa ovest degli Stati Uniti si sposta verso altri lidi, Dallas, Oklahoma City e San Antonio, e per LA inizia un lento declino che corrisponde anche al calo dei protagonisti che avevano marcato a fuoco gli anni precedenti della franchigia. Ron, nel frattempo, è diventato Metta World Peace (un modo per far capire ai bambini che la pace è una cosa bella… grazie Ron), ma di lui si comincia a parlare più delle follie in campo che delle prodezze. La gomitata recapitata ad Harden qualche anno fa è, forse, uno dei gesti più insensati della pallacanestro moderna e Metta dichiarò di non essersene accorto. Ecco, il problema è proprio quello.

Ci sarebbe una parentesi a New York, una parentesi in Cina, una addirittura in Italia a Cantù, prima del ritorno ai Lakers. Noi però ci siamo innamorati di un giocatore che ha deciso di privarsi tra 2004 e 2005 di quella che sarebbe stata, a detta di tutti, la sua miglior stagione, di un giocatore la cui psiche rimane uno dei misteri insoluti dell’universo, di un uomo che è stato amato e odiato, che ee di un giocatore che quando ha deciso di vincere, lo ha fatto.

Sembra la vita di un giocatore di sessant’anni e, invece, non è decisamente così. Thanks for the memories (“even though they weren’t so great”) Ron.

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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