EP.2 – Did You Trade Me: With the 6th pick the Milwaukee Bucks select Dirk Nowitzki, il resto è storia…

EP.2 – Did You Trade Me: With the 6th pick the Milwaukee Bucks select Dirk Nowitzki, il resto è storia…

Ah, l’NBA. Chissà quanti tra voi lettori saranno cresciuti col mito di Jordan e dei Bulls, delle sfide tra Magic e Bird, o degli anni di Shaq e Kobe ad LA. Già, tutto bellissimo, ma immaginate se tutto questo non fosse mai successo? Pensate se Portland avesse scelto MJ, se gli Hornets non avessero scambiato Bryant al Draft e se Stern avesse dato il consenso per Paul ai Lakers. Ecco, qui entriamo in gioco noi perché da oggi, ogni venerdì, vi porteremo a scoprire tutti i retroscena che, in un modo o nell’altro, hanno cambiato per sempre il corso degli eventi della Lega.

Benvenuti a Did You Trade Me.

 

24 giugno 1998.

Siamo in Canada, al General Motors Place di Vancouver.

La stagione si è conclusa da meno di due settimane e gli sportivi di tutto il mondo hanno ancora negli occhi il tiro di Michael Jordan, l’ultima perla della sua seconda vita cestistica, che ha regalato ai Chicago Bulls il sesto anello della loro storia. Ma si sa, il basket non dorme mai ed ecco che, per un campione che appende le scarpette al chiodo, altri stanno appena varcando le porte della NBA.

Quel Draft è tra i più strani, probabilmente, della storia del Gioco: vengono selezionati quell’anno Mike Bibby, Paul Pierce, Jason Williams, Vince Carter e, contemporaneamente, alla numero #1 i Los Angeles Clippers chiamano Mike Olowokandi, a posteriori identificato come la peggior prima scelta di sempre (uno dei motivi lo trovate qui).

 

La vera storia, però, si scrive tra la chiamata numero #6 e la numero #9. I titolari della prima sono i Dallas Mavericks, reduci da una non indimenticabile stagione da 20-62, che hanno messo gli occhi su un ragazzone tedesco di 2 metri e 13, figlio di papà Jorg, giocatore di pallamano, e mamma Helga, giocatrice di basket, nato e cresciuto cestisticamente a Wurzburg, sulle sponde del fiume Meno, che di nome fa Dirk Nowitzki. Tre chiamate più giù, ci sono, invece, i Milwaukee Bucks, innamorati persi di Robert Traylor, 203 centimetri per 128 chili (il soprannome “The Tractor” sembra quanto mai azzeccato), reduce da una buona stagione a Michigan.

I Bucks bussano alla porta di Dallas per chiedere ai texani di scegliere Traylor alla #6 e scambiarlo immediatamente con Nowitzki, che sarebbe stato chiamato alla #9, e Garrity, selezionato alla #19 da girare poi a Phoenix per arrivare a Steve Nash (sì, avete letto bene). Detto fatto, Stern stringe la mano prima all’americano, poi al tedesco; scesi dal palco lo scambio è già praticamente fatto.

Diciamo che in pochi si sarebbero aspettati che un ragazzo bianco venuto dalla campagna tedesca potesse essere minimamente competitivo nel basket d’oltreoceano. Ma quasi nessuno, anzi diciamolo, nessuno avrebbe potuto immaginare che a distanza di 20 anni da quella serata canadese, quel ragazzo si sarebbe trovato oltre i 30.000 punti segnati in carriera e con un anello al dito da MVP delle Finals, oltre ad essere stato uno dei primi a cambiare totalmente l’idea del lungo capace di giocare esclusivamente con i piedi dentro l’area.

E Traylor? Il talento del Trattore, passato brevemente anche a Napoli, è probabilmente rimasto a Michigan, visto che i punti segnati in carriera nella NBA sono stati appena più di 2000, in 440 partite divise tra Bucks, Cavs e Hornets, e il palmares personale è rimasto vuoto. Il destino è stato anche beffardo, visto che Traylor si è spento in Porto Rico l’11 maggio 2011 a seguito di un infarto, esattamente un mese prima che Dirk Nowitzi alzasse al cielo il Larry O’Brien Throphy.

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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