From LA to Boston: The Captain and The Truth

From LA to Boston: The Captain and The Truth

27 giugno 1977. I Pink Floyd stanno girando il mondo con il loro tour, “In The Flesh”, e fanno tappa al Boston Garden, dove tra gli canteranno anche uno dei loro più grandi capolavori,  “Wish You Were Here”, uscito due anni prima nell’omonimo album e al debutto live in un tour della band londinese. Qualche mese dopo a 43 ore di macchina dalla capitale del Massachussets, Lorraine Hosey mette alla luce suo figlio Paul. Siamo a Oakland, California.

È il 13 ottobre e di lì a poco sarebbe ricominciata anche la stagione NBA, sicuramente non una di quelle memorabili per i Celtics, che non riescono ad arrivare ai play-off, con copione rispettato anche l’anno successivo quando le vittorie diventano ancora meno. In questo periodo in molti, a Boston, devono aver pensato, “Wish you were here”, come vorrei che fossi qui. Non c’è più Bill Russell, non c’è più Havlicek, non c’è più Don Nelson. Serve qualcuno che risollevi il nome della franchigià più titolata della Lega e, infatti, arriverà Larry Bird, con il quale inizieranno anni di successi che però si interromperanno bruscamente nel 1987 quando Boston perderà la finale NBA in gara-6 contro i Los Angeles Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar. Allo Staples Center tra il pubblico c’è un ragazzino che sta particolarmente apprezzando le gesta del suo idolo in maglia gialloviola con il numero #32, che festeggerà il titolo numero 10 della sua squadra e che odia i Boston Celtics, il nome di quel ragazzino è Paul Pierce.

Paul con sua mamma si è trasferito da Oakland a Inglewood (a 40 minuti di metro dallo Staples) e ha cominciato a frequentare la “Inglewood High School”, dove è la stella della squadra di basket e con le sue prestazioni si è guadagnato la chiamata al McDonald’s All-American Game del 1995, dove tra gli altri giocherà con Kevin Garnett, Stephon Marbury e Vince Carter (che faceva già discrete cose sopra al ferro anche a 18 anni e con il quale perde la finale della gara delle schiacciate).

 

Al college va a Kansas, dove arriva migliorato: ha messo centimetri e perso chili, ma le mani sono rimaste sempre le stesse, educatissime, da guardia, anche se il fisico non lo è più. Il suo primo anno al College è subito di livello e viene votato come miglior matricola, grazie anche alle Final Four NCAA sfiorate. Nel secondo parte fortissimo e Kansas insieme a lui, con stagione regolare da 32-2 e favori del pronostico, poi alle sweet sixteen l’Arizona di Mike Bibby fa lo scherzetto a Paul e al suo sogno di alzare il trofeo. Anche il terzo anno è ottimo, ma per la terza volta consecutiva il destino non ne vuole sapere. È il momento di fare il grande salto, il college ormai gli va stretto, l’NBA lo sta aspettando.

Una vecchia radio passa “Wish You Were Here” dei Pink Floyd, sono passati 23 anni da quando è stata suonata per la prima volta, ma a Boston non è mai stata così attuale. È il 24 giugno 1998, giorno del Draft. I Celtics hanno vinto solo 36 partite nell’annata precedente e i play-off non arrivano da 3 stagioni. Serve l’uomo della provvidenza. La provvidenza si chiama Paul Pierce. Chiamato alla 10. L’uomo che odiava Boston, ora ha il compito di ricostruirla.

Le prime due stagioni non sono quelle di un giocatore di 22 anni, ma quelle di un veterano, di un leader, certo la squadra che gli è stata costruita intorno non è entusiasmante e, infatti, i play-off non arrivano, ma Pierce sta crescendo, bisogna solo aspettare.

Strano comunque parlare di un giocatore che potenzialmente potrebbe non essere qui, sì perchè il 25 settembre del 2000, quando il numero #34 sta per cominciare la sua terza stagione, fuori dal Buzz Club di Boston, Pierce rimane vittima di 11 coltellate dopo una rissa. Vuoi per lo spessore del giubbotto, vuoi per l’abilità dei medici, Paul si salva miracolosamente. E ancor più miracolosamente 3 giorni dopo e fuori dall’ospedale. Il 1° novembre, all’esordio della nuova stagione, è in campo e ne mette 28 contro Detroit, sulla schiena ha tatuato un cuore stretto tra due mani in mezzo a due ali d’angelo con la scritta “Chosen One” (un anno e mezzo prima di quando Sports Illustrated pubblicò la copertina titolata allo stesso modo dedicata a un ragazzo 17enne al penultimo anno di liceo, LeBron James). Giocherà 82 partite su 82 quell’anno, ha visto la morte davanti agli occhi e l’ha sconfitta. Qualche mese dopo di punti ne mette 42 contro i Lakers, campioni in carica, con O’Neal che in conferenza stampa dice “My name is Shaquille O’Neal and Paul Pierce is the Truth. Datemi retta. Sapevo sapesse giocare, ma non pensavo potesse giocare così. Paul Pierce is The Truth”.

Paul Pierce.

Eppure le vittorie continuano a non arrivare e nonostante PP continui a trascinarsi la squadra sulle spalle, il risultato massimo è la Finale di Conference del 2002 persa contro i New Jersey Nets. Pierce incanta comunque, sempre più decisivo, sempre più leader: iconici il suo canestro in faccia ad Al Harrington, reo di averlo provocato troppo, in una gara di play-off sulla sirena del terzo quarto o quello su Ron Artest, dopo che quest’ultimo aveva provato ad abbassargli i pantaloncini prima di una rimessa. All’ennesima stagione disastrosa (quella 2006/07 quando i Celtics non vanno oltre le 24 vittorie), the Truth sbotta e mette la dirigenza con le spalle al muro: “o vinciamo o vado via”. L’estate che segue è tra le più calde di sempre, arrivano Garnett e Allen, che insieme a Pierce, vanno a comporre uno dei terzetti più forti e romantici della storia del Gioco. Sono tre giocatori al massimo della loro maturità cestistica e accompagnati da Rondo, al suo secondo anno nella Lega, dominano regular-season e play-off arrivando alle Finals da favoriti.

Il destino, a volte, è beffardo visto che la Finale sarà tra i Celtics e i Lakers di Kobe Bryant e Pau Gasol. I Lakers anche di Paul Pierce, quelli che nel 1987 avevano fatto terminare la dinastia Celtics, sì perchè a Boston le Finals mancano da 21 anni, l’anello da 22. L’atto finale della stagione 2008 è semplicemente romanzesco: da gara-1 con Pierce che torna in campo dopo essere uscito con la sedia a rotelle per un’infortunio, passando per gara-4 con la rimonta epica partendo da 24 punti di svantaggio, fino ad arrivare a gara-6, con i 131 punti dati ai rivali di sempre nell’ultimo capitolo della saga. A fine partita, i Celtics sono sul tetto del mondo e The Captain and The Truth viene nominato MVP, a riconoscimento di una carriera fantastica.

Paul Pierce, MVP delle Finals 2008.

Nei quattro anni successivi, nonostante la vertiginosa crescita di Rondo, i Celtics non riescono più a ripetersi: perdono la rivincita con i Lakers nelle Finals 2010 e sfiorano il clamoroso colpo di coda quando nel 2012 trascinano gli Heat di LeBron fino a gara-7 nella finale di Eastern Conference. Finiscono su quest’ultimo squillo anche i Big-3, con Ray Allen che parte proprio in direzione South Beach l’estate stessa e con Garnett e Pierce, che invece aspettano un anno prima di fare le valigie per Brooklyn.

Il 3 maggio 2013 Paul Pierce gioca la sua ultima partita con la maglia dei Boston Celtics. La nostra storia potrebbe anche finire qui perchè i 4 anni divisi tra Nets, Wizards e Clippers, sebbene ancora con qualche sprazzo di classe cristallina, non rendono fede alla carriera di un giocatore fantastico. Durante il 2017 decide che il basket gli ha regalato abbastanza e che è arrivata l’ora di chiudere per l’ultima volta le scarpe nell’armadietto, non prima però di aver salutato per l’ultima volta il Boston Garden da giocatore.

L’ultimo saluto di Paul Pierce al Garden.

Si ritira da giocatore dei Boston Celtics, naturalmente, firmando un contratto di un giorno e in suo onore la franchigia che l’ha visto diventare un campione ritira la sua maglia numero 34 per appenderla sul soffitto del Boston Garden, affianco a chi, come lui, ha scritto la storia. Primo per canestri da tre punti fatti nella storia della franchigia, terzo in partite giocate, secondo in punti segnati, settimo per numero di rimbalzi, quinto per numero di assist distribuiti e secondo per numero di palle rubate. I numeri non riescono comunque a spiegare cosa sia stato Paul Pierce per Boston e per Lega. Forse quello che ci è andato più vicino di tutti è stato proprio Shaq: Paul is the Truth.

Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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