Without Wilt

Without Wilt

“La gente dice che è stata la più grande rivalità che abbiano mai visto. Sono d’accordo con loro. Vi assicuro che se l’allenatore di Wilt o quello di Russ avesse detto ad uno dei due che non avrebbe potuto tenere a bada l’altro, avrebbe perso quel giocatore per sempre.”

Il virgolettato è preso da una dichiarazione rilasciata non da una persona qualunque, ma dal grandissimo Bill Russell, Hall of Famer, leggenda dei Boston Celtics e possessore di 11 anelli, vinti tutti con la franchigia del Massachusetts.
L’altro protagonista della frase si intuisce facilmente, si tratta di Wilt Chamberlain. Lui e Bill hanno praticamente monopolizzato i campi della Nba per 15 anni, dando vita ad una delle rivalità più belle e romantiche della storia del gioco. Già, perché quando il tuo avversario di sempre spende quelle parole verso di te, vuol dire che qualcosa sei riuscito a dare.
Wilt vs. Bill non era solo una sfida sul parquet, era altro, rispetto, stima, ammirazione, onore.

Ci piace iniziare da qui, ogni volta, quando dobbiamo parlare di Chamberlain.
Ci piace iniziare dai valori che ha portato sul campo da basket, perché è grazie a quelli che noi possiamo raccontarlo.
Ci piace iniziare, comunque iniziare a parlarne, perché oggi, 19 anni fa, salutò tutti volando lontano, lasciando un vuoto che mai nessuno sarà in grado di colmare.

Di lui si è detto e ridetto tutto, dalla polmonite che quasi ce lo portò via da bambino alla sua incredibile altezza appena entrato all’High School (2.10 mt), la passione per l’atletica leggera e l’esperienza agli Harlem Globetrotters.
E poi le innumerevoli curiosità sulla sua incredibile vita, da scriverci libri su libri, come quando dovette combattere contro un puma, che lo aveva attaccato mentre viaggiava in Arizona, scaraventandolo via per la coda e mettendolo in fuga, o come quella volta che Arnold Schwarzenegger raccontò come, durante le riprese di ‘Conan’, Wilt si divertiva a prenderlo per il braccio alzandolo come una piuma. Tutto bellissimo e divertente, se non fosse che il peso di Schwarzenegger all’epoca del film era di 110 kg.
Non scordiamoci però la più famosa, quella relativa alle ragazze, altra grande “passione” di Wilt: circa 20000 donne, così diceva lui, la maggior parte entrare nella famosissima “Purple Room”, la stanza da letto di Chamberlain. Al centro era posizionato l’enorme materasso ad acqua dalla forma circolare di ben sedici metri quadrati ricoperto da una pelliccia ricavata dai peli del muso di mille lupi dell’Alaska. Ed all’ingresso l’iconico semaforo a grandezza naturale che regolava il traffico delle ragazze nel suo letto.

Arnold sarebbe alto 1.90 e peserebbe 113 chili, Wilt un po di più.

Infine i record, i 4 titoli di MVP vinti negli anni ’60, le 13 convocazioni all’All Star Game, le 7 volte come miglior marcatore della Nba e le 11 volte com miglior rimbalzista, quinto miglior marcatore di sempre, migliore rimbalzista della storia. E poi quei 100 punti, contro i New York Knicks. La sua maglia, la n. 13, ritirata da Golden State Warriors, Los Angeles Lakers, Philadelphia 76ers e Harlem Globetrotters. Ovviamente Hall of Famer.

Wilt era tutto questo, impossibile riassumerlo in un unico modo. Proviamo sempre a metterci del nostro dentro i pezzi, cercando di dare la nostra personalità. Quando si scrive di lui però, le regole non contano più, e ci ritroviamo quindi sempre qui, davanti ad un computer, a pensare una chiusura che non ci verrà mai.
Scontati e banali, ma non c’è modo migliore di concludere con le indimenticabili parole dell’avvocato, Federico Buffa, che più di tutti è riuscito, in pochi secondi, a spiegare il giocatore più incredibile della storia della palla a spicchi: “C’è una milionesima percentuale che nasca un nuovo Michael Jordan, ma non c’è nessuna possibilità che nasca un nuovo Wilt Chamberlain”.

Due discreti giocatori.

Claudio Rosa

21 anni, studente all'Università Cattolica del Sacro Cuore, aspirante giornalista ma giornalaio per passione, tifoso Lakers nel tempo libero ed amante occasionale dello stretch four.

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