Le tre vite di Derrick Rose.

Le tre vite di Derrick Rose.

20 maggio 2008. La NBA si prepara per la Lottery che porterà al Draft di quell’anno, dal quale usciranno, per esempio, i vari Russell Westbrook, Kevin Love, DeAndre Jordan, Serge Ibaka, Goran Dragic e anche il nostro Danilo Gallinari. I favoriti per ottenere la prima scelta sono i Miami Heat, reduci da un record di 15-67 che consente loro di avere il 25% di possibilità di mettere le mani sulla chiamata numero 1; la fortuna però, come al solito, è cieca e decidere di consegnare la possibilità di scegliere per primi al Draft ai Chicago Bulls, che di chance, invece, ne avevano solo 17 su 1000.

Un mese dopo, il 26 giugno, al Madison Square Garden di New York, “with the first pick in the 2008 NBA Draft, the Chicago Bulls select… Derrick Rose from the University of Memphis”.

25, 23 e 1. Tre numeri. La carriera del figlio di Chicago può essere riassunta così.

 

25. (primo estratto)

Rose si è appena iscritto alla Simeon Career Academy, è il 2004. In onore di Ben Wilson, che è stato uno dei giovani più promettenti della Windy City, assassinato tragicamente nel 1984, decide di indossare il numero 25. Le sue prime due stagioni all’High School sono semplicemente spettacolari, ma è in quelle successive che la Simeon diventa la prima squadra a vincere per due volte consecutive la “Chicago Public League”.

25 gennaio 2007. Arriva l’imbattuta, e favorita al titolo, Oak Hill Academy di Brandon Jennings e Nolan Smith; Rose è all’ultimo anno e la partita viene trasmessa in diretta nazionale. Vincerà Simeon 78-75, sarà l’ultima e l’unica sconfitta, invece, nella stagione di Oak Hill. Rose a fine partita scrive 28 punti, 9 rimbalzi e 8 assist, mentre Jennings esce fuori dal campo piangendo. Gli scout NCAA alzano il sopracciglio e scrivono in cima al loro taccuino “Derrick Rose”.

 

23.

La cassetta delle lettere è piena, ma Rose sceglie Memphis perché vuole essere allenato da John Calipari e Rod Strickland. Decide di cambiare numero e prende il 23, che nel basket di inizio terzo millennio significa solo una cosa: Michael Jordan, l’idolo d’infanzia del piccolo Derrick. I Tigers partono forte e chiudono la stagione con un record di 33-1. Ai play-off si sbarazzano facilmente in ordine di Texas-Arlington, Mississipi State, Michigan State e, in finale di Regional, anche di Texas Tech, approdando alle Final Four. In semifinale Rose segna i 25 punti con cui Memphis si sbarazza facilmente della UCLA di Westbrook e Love e che lanciano i Tigers nella finale NCAA.

7 aprile 2008. Gli avversari sono i Kansas Jayhawks di Arthur, Rush e Chalmers: la partita è tiratissima e nessuna delle due squadre riesce a scappare. A 10 secondi dal termine però è 62-60 per Memphis che deve anche rimettere in gioco. La palla arriva nelle mani di Rose su cui viene speso il fallo che lo manda in lunetta. Un 2 su 2 chiuderebbe la partita, ma il ragazzo da Simeon sbaglia il primo libero. È un segno del destino. Quello di una carriera che ciclicamente si fermerà sempre sul più bello. Sì, perché sul possesso successivo Mario Chalmers inventa la tripla del pareggio che manda tutti all’overtime. I 5 minuti di supplementare sono, sportivamente parlando, un’agonia per Memphis che, vistasi riprendere a traguardo quasi tagliato, si spegne inesorabilmente.

 

1.

Cancellata la delusione della finale NCAA, Rose si prepara per la sua prima stagione nel basket dei grandi. Giocherà per i Bulls, giocherà a Chicago, la sua Chicago. Anche qui decide di cambiare numero, il 23 nella Windy City, per ovvi motivi, non può essere indossato e Rose sceglie l’1, come il numero della sua chiamata al Draft. Derrick parte subito forte, sempre in doppia cifra nelle prime dieci e all’undicesima i Bulls vanno a fare visita ai Lakers, vice-campioni NBA. La sfida con Bryant è affascinate e a fine partita, nonostante la vittoria losangelina, i punti di Rose sono 25 contro i 21 di Bryant. I Bulls non sono uno squadrone ma, trascinati da D-Rose, riescono ad arrivare ai play-off. La serie del primo turno contro i Celtics, campioni in carica, sembra essere scontata ed effettivamente vincerà Boston, ma in 7 partite (con 7 supplementari totali) e facendo tantissima fatica contro dei Bulls mai domi. Derrick è l’anima della squadra, segna e mette la museruola a Rondo; a fine stagione il premio di Rookie dell’anno gli viene consegnato all’unanimità: il mito del numero #1 è appena iniziato.

Nella stagione successiva Rose sale sopra i 20 punti di media a partita, è un atleta formidabile con un primo passo di partenza bruciante. Ha una facilità imbarazzante nell’arrivare al ferro, non è un tiratore naturale, ma se la serata è quella giusta, marcarlo diventa impossibile. È travolgente in attacco, il palazzetto respira con lui. Perché Derrick è il figlio di Chicago, è l’erede del numero 23 ed è destinato a riportare in alto i Bulls. Purtroppo, però, la squadra attorno a lui non è ancora pronta, i play-off arrivano ancora, ma il finale è sempre lo stesso: fuori al primo turno in 5 partite contro i Cavs di LeBron James.

Il 2011 deve essere il suo anno. E, infatti, niente sembra in grado di fermarlo. Viene convocato come titolare all’All-Star Game (il primo Bulls da MJ); migliora in tutte le voci statistiche e trascina la squadra al record di 62-20, il migliore a Est. Per la prima volta dopo quasi 13 anni a Chicago si respira la stessa aria dell’epoca ‘three-peat’. E i Bulls vincono, 4-1 ai Pacers al primo turno e 4-2 agli Hawks nel secondo. È Finale di Conference. Ad aspettare ci sono delle vecchie conoscenze di Rose: c’è Chalmers, che lo ha battuto nella finale NCAA; c’è Lebron, che l’ha battuto l’anno prima, e c’è Miami che per la matematica, nel 2008, avrebbe dovuto avere la prima scelta. La prima partita è di totale dominio Bulls, poi qualcosa si rompe e Chicago ne perde 4 di fila, nonostante Rose veleggi sempre sopra i 20 punti a partita, seppure arginato alla grande dal numero 6 di South Beach. Un’altra finale persa, con il destino che bussa ancora alla porta del figlio di Chicago. Nonostante tutto, però, Derrick a 22 anni e 191 giorni viene nominato MVP della stagione regolare, il più giovane di sempre; la dedica per il premio più importante della sua carriera è per una sola persona: la mamma.

28 aprile 2012. Se il 2011 era stato il suo anno, il 2012 è quello in cui la fortuna decide di girargli definitivamente le spalle. I Bulls, che ormai sono una delle realtà più solide della Lega, hanno chiuso al primo posto a Est, nonostante il lock-out e nonostante un Rose a mezzo servizio, a causa di alcuni acciacchi, e si apprestano ad affrontare i 76ers, ottavi nel tabellone e designati da tutti come la vittima sacrificale del primo turno. Gara-1, Chicago è avanti di 12 a un 1 minuto e 15 secondi dalla fine dell’ultimo quarto, ma Thibodeau decide di non risparmiare i suoi titolari e li lascia tutti in campo. Rose ha il pallone in mano, vuole attaccare ancora, chiama il blocco di Noah, batte l’uomo e prende il centro dell’area. Lo ha fatto migliaia di volte, ma questa volta sull’arresto prima del tiro, ricadendo, qualcosa va storto. Il ginocchio fa crack. E con lui anche i sogni di Chicago, che uscirà al primo turno.

Nella carriera di Derrick Rose c’è un prima e c’è un dopo. Questo era il momento che li ha divisi.

La reazione di Lega e città è clamorosa. Tutti si stringono intorno al “Figlio del vento”; l’Adidas nei mesi successivi lancia una campagna pubblicitaria, che però non farà altro che spazientire i tifosi, nella quale si dice che “Tornerà“. Sì, ma quando? Un mese? Due? “Tornerà quando sentirà di essere pronto“, un modo elegante per dire che la stagione 2012-2013 Rose la vedrà dalla panchina, nonostante le solite routine di riscaldamento pre-gara che non fanno altro che alimentare le chiacchiere da bar. Di lì in poi è un calvario fatto da mesi di infortuni, interviste di dottori ed eliminazioni ai play-off, intervallati da sprazzi di classe cristallina. I Bulls pian piano si spengono insieme a lui e quando la dirigenza decide, nell’estate 2016, di scambiarlo con i Knicks per Robin Lopez, Jerian Grant e Josè Calderon, si capisce che Rose è diventato uno dei tanti.

L’ultimo flash della versione vintage di D-Rose.

 

25. (secondo estratto)

Gli ultimi anni possono essere riassunti dagli occhi di chi lo guarda e ricorda tutti i motivi per i quali ci eravamo innamorati di un giocatore come pochi. Tanto incisivo e ingombrante in campo, quanto timido e riservato fuori. A New York, a Minnesota e a Detroit decide di tornare a indossare quel numero 25 che lo aveva fatto conoscere al mondo intero ormai una quindicina di anni fa.

C’è un giorno, però, in cui tutto sembra tornare alla normalità: è il 31 ottobre 2018 e a Minnesota arrivano gli Utah Jazz. Una partita come le altre che, però, i Timberwolves vincono, dopo un supplementare, grazie alla prestazione incredibile del loro numero 25. Rose scrive 50 sul tabellino. Nessun MVP aveva mai segnato il suo primo cinquantello in carriera dopo i 26 anni, lui lo fa due mesi dopo averne compiuti 30.

Non è più quello di una volta, non è più l’uragano che spaccava in due le difese, ma per il momento a noi va bene così. Ci basta vederlo in campo, anche se alla metà della velocità, a metà della potenza e a metà della verticalità. Noi non smetteremo mai di aspettarlo. È vero, non tornerà più quello di una volta, ma questo è il fascino dei giocatori maledetti ai quali con la sfortuna è stato tolto tutto quello che in talento gli era stato regalato. Che sia con il 23, con il 25 o con l’1, che sia da avversario o da tifoso, Rose ha rubato una parte del cuore di ognuno di noi.

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Alessandro Colonnello

21 anni. Studente di Economia al secondo anno con la passione per lettura, film e, soprattutto, basket. Finto giornalaio amante dei San Antonio Spurs e con un debole per Rajon Rondo.

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